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Graffiti di merda

Studenti di una scuola primaria parmense, nel 2018, giocano con le loro feci in bagno, imbrattandolo. La maestra perde le staffe. I genitori denunciano. La maestra è condannata.

Molta stampa, in questi giorni, si è occupata del caso della maestra di Parma condannata per “abuso di mezzi di correzione”. Una buona diffusione di commenti sdegnati che ha costretto anche L’Anm dell’Emilia-Romagna in difesa dell’operato dei giudici. Qualcuno, in risposta, sta tentando pure di portare il caso all’attenzione del Ministro della Giustizia.

Il prurito nei confronti della sentenza è inevitabile. Non fosse altro per il timore che l’equazione, per via di volgarizzazioni e semplificazioni, possa essere riducibile ai suoi estremi: Graffiti di Merda = Condanna della Maestra.

Ma forse il tema antropologico profondo è inerente a qualcosa che riposa sul piano dell’intimità, pur avendo grande portata etica: la Vergogna.

La verecundia dei latini coincide con il nostro “portar rispetto”. La radice, cioè, sociale e psicologica della Vergogna pertiene ad una disparità originale, ad una verticalità che impone al minor di tendere “dal basso” al maior. Questa verticalità, guarda caso, costituisce lo schema originale della Scuola. Per quanti pasticci pedagogici si possano impastare, il rapporto docente/discente non può mai veramente schiacciarsi solo sul – come si dice ora – facilitato/facilitatore. Si impara sempre da qualcuno che ne sa di più, perché ne sa di più.

Ora che l’etica della Vergogna sia piuttosto in crisi, lo si evince almeno da due aspetti di questo caso. Prima, dal fatto che questi studenti hanno esibito e manipolato il prodotto delle proprie viscere, della propria intimità corporale – gesto, peraltro, antichissimo, di primordiale sfida nei confronti del detentore di un potere e di un territorio – . Poi, dal fatto che questi genitori denuncianti si siano pensati come entità alternativa e avversa alla Scuola. In barba all’impostazione normativa che li vede “componente” della Scuola stessa – in particolare nel suo organo massimo, il Consiglio d’Istituto – e in piena sfiducia nei confronti degli atti regolativi interni alla Scuola – il Dirigente già aveva sanzionato la suddetta maestra – i genitori hanno invocato la Giustizia perché sancisse il fallimento educativo della docente.

Questa idea di “fallimento educativo”, si osservi, è poi frutto di una sorta di confusione – pedagogicamente assistita – sulle finalità della Scuola. Si basa cioè sull’assunto che la dimensione “formativa” dell’istituzione sia mera componente di un più alto disegno “educativo”. Tesi che, anche attraverso testi normativi e migliaia di chilometri di articoli in didattichese, ha prodotto l’impressione che sia giusto e socialmente valido attribuire alla Scuola anche la responsabilità del “saper star al mondo” dei piccoli italiani. La “buona creanza”, in sostituzione in-verecunda, della famiglia.

La tesi amara, e cinica, estrapolabile da un testo come Il danno scolastico di Mastracola e Ricolfi, è che questa attribuzione sia la principale responsabile dell’incompetenza – sociale e disciplinare – dei nostri studenti. Una Scuola troppo occupata a fare “da balia” rischia di abdicare al proprio ruolo formativo: rinuncia alle pretese e alle bocciature; rinuncia alla “fatica formativa” e, inseguendo il mito di un “successo formativo” universale, rinuncia anche al profondo moto interiore della Vergogna.

Sebastiano Bertini

Lo Scavalco è una scorciatoia, un passaggio corsaro, una via di fuga. È una rubrica che guarda dietro alle immagini e dietro alle parole, che cerca di far risuonare i pensieri che non sappiamo di pensare.

Sebastiano Bertini è docente e studioso. Nel suo percorso si è occupato di letteratura e filosofia e dai loro intrecci nella cultura contemporanea. È un impegnato ambientalista. Il suo più recente lavoro è Nel paese dei ciechi. Geografia filosofica dell’Occidente contemporaneo, Mimesis, Milano 2021. https://www.mimesisedizioni.it/libro/9788857580340

Sebastiano Bertini

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