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Ma il Confine, cos’è? La linea delle Nazioni e della Guerra

Per spostarlo, si fa la guerra. Questo lo sappiamo e lo vediamo. E tanto basta a farci comprendere quanto potere gli corrisponda.

Il Confine non nasce però esattamente come l’ente geometrico – la linea depositata sulla mappa e quindi sulla terra – a cui siamo abituati. All’inizio della sua storia, quando la Roma repubblicana era in espansione, è stato uno sfrangiato e incerto insieme di strade che si inoltrava nei territori da poco conquistati; luogo osmotico di fascino, di incognito e pericolo, che operava in qualità di enzima attivatore, contaminatore. Ianua, cioè soglia, cioè più Limen che Limes. Le ragioni del dominio l’hanno poi trasformato in limite, linea di faglia: già nel primo secolo, quando con Limes si va a intendere la linea fortificata di strade che delimita il dentro dal fuori, abbiamo fatta e finita la concettualizzazione che ci è ora più nota.  

Ogni Confine, fra le terre e i popoli, è anche Frontiera. Etimologicamente non si scappa: cumfinis sta a indicare il limitrofo, l’adiacente: è il punto di contatto. In effetti, la linea che divide due territori è una singolare configurazione spaziale basata sul fronteggiamento. Da dietro di questa si scrutano due poteri, si toccano e si riconoscono.

Ora, un Confine è, da sempre, decisamente importante per chi abita il dentro e il fuori. La cesura che esso rappresenta ha permesso – e permette ancora – di assicurare l’identità comunitaria al primordiale nesso “sangue-terra”. Io sono io perché i miei avi sono nati qui, su questa terra. Noi siamo noi, ci riconosciamo perché i nostri avi sono nati su questa terra. Il Confine garantisce questo riconoscimento e con esso il bene comune: impedisce che qualcosa di esterno, allogeno, lo renda ibrido o ambiguo. Poco importa spiegare che su qualsiasi terra è sempre passato qualcun altro, e che nessuna filogenesi è esente da incroci: il fuori non ha la nostra sorte, perché non è qui e non c’è mai stato. Guarda caso, è l’idea di comunità ancora più in voga ovunque – partiti politici o nazioni – abitino il rifiuto della complessità, la sua semplificazione, la recessione del dialogo e della dialettica in favore della delega al potere e del disimpegno civile.

L’Occidente, c’è da dire, ha faticosamente lavorato, attraverso tutta la modernità, per strapparsi a questa concezione. Sui cardini delle Rivoluzioni francese e americana ha cercato di voltare pagina, e di ribaltare la domanda sul bene comune: che sia negoziabile? Che sia prodotto dell’eterogeneo e non dell’omogeneo? Le nostre democrazie vorrebbero essere la risposta plastica, l’edificazione di una forma di territorio-radura non delimitato. Il nostro spazio Schengen, quindi, vorrebbe essere la traduzione economica e giuridica, a grado elevatissimo, di questa elaborazione: se il ben-essere e il ben-avere dipendono dal libero passaggio di merci, informazioni, culture, pensieri, tradizioni, persone, aziende, capitali, allora il Confine non più essere limite. Il polso delle democrazie occidentali si tiene controllando la loro capacità di essere collettori di complessità.

La Pandemia sembra però aver dato un notevole spintone, ricacciando indietro di qualche passo il processo. Ora, la Guerra sta portando l’affondo: la liquidità del globalismo è di colpo congelata; i Confini tornano a solidificarsi e sembrano rivelare l’antica natura mai sopita. L’heartland di Kiev, prima “terra” e primo “sangue” dei Rus’, deve rientrare nel Limes. Perderla, per la Russia, significa gettare alla strada la propria sacrale intimità. Perderla, per il Putin che non crede nell’eterogena sostanza della democrazia, significa impedire il pieno riconoscimento della comunità. Perderla, per la narrazione messianica che attraversa questa Russia, significa naufragare in una fiumana di sguardi spaesati, che nell’altro riconoscono un individuo – quasi un occidentale – e non più un Russo.

Sebastiano Bertini

Lo Scavalco è una scorciatoia, un passaggio corsaro, una via di fuga. È una rubrica che guarda dietro alle immagini e dietro alle parole, che cerca di far risuonare i pensieri che non sappiamo di pensare.

Sebastiano Bertini è docente e studioso. Nel suo percorso si è occupato di letteratura e filosofia e dai loro intrecci nella cultura contemporanea. È un impegnato ambientalista. Il suo più recente lavoro è Nel paese dei ciechi. Geografia filosofica dell’Occidente contemporaneo, Mimesis, Milano 2021. https://www.mimesisedizioni.it/libro/9788857580340

Sebastiano Bertini

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