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Il sistema superficiale dei femminicidi

Vanessa, Chiara, Ada. Tre donne nate in luoghi diversi, con età diverse e una cosa che le accomuna: la loro fine. Nel 2021 (fino al mese di agosto) si contano 63 femminicidi, donne uccise dal compagno, dall’ex marito, dal fidanzato, persino da uno zio, da un vicino di casa. Uomini brutali che scagliano spesso la loro frustrazione sulla donna, perché probabilmente figli a loro volta di abusi, sconfitte.

Una catena di dolori e impotenza che, se non fermata in tempo, può causare immani tragedie. Come Vanessa, uccisa a colpi di pistola dall’ex ad Acitrezza mentre passeggiava con gli amici, come Chiara, ossessione del suo condomino, o come Ada, che stava ponendo fine ad un matrimonio a cui non credeva più, uccisa dal marito prima dell’udienza di separazione. Sofferenze su sofferenze che creano una catena di eventi nefasti. Da anni si parla di violenza sulle donne. Sono nate leggi a tutela della donna nelle sedi giudiziarie, in quelle sanitarie e persino all’interno delle forze dell’ordine. Grazie ai centri antiviolenza la tematica è entrata nelle scuole, i giovani si trovano a parlarne ogni giorno, a confrontarsi sull’argomento attraverso tante iniziative. I confronti hanno portato a ritenere che il muro radicato nella società patriarcale che tuttora porta con sé importanti retaggi, va abbattuto a partire dalle scuole dell’infanzia, dall’approccio del bambino con la bambina e viceversa. Così come un punto rilevante in materia di violenza di genere, è il linguaggio. Si usano frequentemente parole sbagliate quando si parla di donne. “La voleva tutta per sé, per questo l’ha uccisa”, “una persona buona che mai avrebbe fatto del male”, “la moglie lo aveva respinto”, “un raptus”, come a voler trovare una giustificazione al gesto del carnefice. O anche peggio, “la giovane indossava una gonna quando è stata violentata”, “si trovava in una zona frequentata da tossici”, dove inevitabilmente scatta dall’altra parte la vocina: “Se l’è cercata!”. Come se “cercare” una situazione di pericolo sia una giustificazione. Anzi, dovremmo pensare che ci sia una vittima da salvare, non un carnefice da assolvere!

Il problema (fosse solo questo), è che i media si concentrano troppo sull’uso dell’asterisco alla fine di una parola per annullare il genere maschile/femminile, su “direttore d’orchestra o direttrice d’orchestra”, su “l’assessore o l’assessora”, un dibattito che andrebbe una volta e per tutte affrontato seriamente con gli accademici che meno dovrebbero pensare a legittimare parole come “petaloso”. Nonostante le leggi volte a tutelare la donna vittima di violenza – e anche i figli quando ci sono -, a rifugiarla, con operatrici formate ad hoc per accoglierla, ad oggi c’è una situazione di stallo che porta ad annullare quanto di buono è stato fatto. Lo Stato non riesce a proteggere una vittima di violenza domestica, a garantirgli un futuro, ci sono pochi investimenti per creare una rete solida in Italia, e c’è una grossa falla nel sistema giudiziario.

Questa guerra silente che accade ogni giorno, di donne uccise, picchiate, violentate fisicamente e psicologicamente, in ogni parte del Continente, in Occidente come nel Terzo Mondo, nei paesi che si reputano avanzati e in quelli dove si muore di fame e di conflitti barbari, in quelli dove una minigonna giustifica uno stupro e in quelli in cui un burqa annulla la personalità di una donna, va combattuta con un sistema meno superficiale, non si può lasciare una vittima di violenze in balia del suo aguzzino e che nella maggior parte dei casi conosce molto bene.

Rifugiare una vittima non basta, chi commette un abuso deve essere preso in carico da gruppi di psicologi e assistenti sociali che possano valutarlo in maniera concreta e attenta, per evitare che non succeda più quanto accaduto il 30 aprile 2005 a Campobasso: Maria Carmela Maiorano e la figlia 14enne Valentina, vengono uccise da Angelo Izzo, uno degli assassini della strage del Circeo avvenuta nel settembre 1975, condannato e in carcere. Izzo però era fuori perché il giudice del tribunale di sorveglianza di Palermo gli aveva concesso la semilibertà, sulla base, altresì, di una relazione presentata da un gruppo di assistenza del carcere di Campobasso in cui si riteneva che fosse un soggetto che aveva avviato una fase di rinnovamento e riparazione. Invece Angelo Izzo aveva palesemente ingannato tutti, nessuno aveva colto le sfumature della sua follia. Non si chiede di avere il Tim Roth di “Lie to me”, ma nemmeno di agire con così tanto pressappochismo. 

redazione

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