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Il Cat Calling che divide

Dopo stalking e body shaming, un’altra parola anglofona viene presa in prestito: cat calling. La prima a parlarne con una eco mediatica notevole è Aurora Ramazzotti, giovane figlia del cantante Eros e della presentatrice Michelle Hunziker. “Cat” e “Calling” ovvero letteralmente “chiamare il gatto”, sono tutti quei commenti sessisti, ma anche stupidi, che vengono rivolti ad una donna che si trova a passeggiare per una via o a fare jogging, a prescindere da come si veste o dalle attività che sta per compiere.

Sull’argomento sono intervenuti non solo volti noti della televisione, ma anche associazioni, professionisti e centri antiviolenza. Il parere diffuso nell’ambito delle Pari Opportunità, è che si tratta di una condotta del tutto gratuita e ingiustificata, retaggio di una cultura patriarcale per cui alcuni uomini si sentono liberi di poter manifestare pubblicamente i loro cosiddetti, “apprezzamenti”.

Dal punto di vista giudiziale però, la situazione al momento è diversa, perché il “cat calling” non è punibile, i commenti volgari non sono perseguibili penalmente. Quello che si può considerare reato semmai è la molestia o il disturbo, che si verifica in luogo pubblico o aperto al pubblico in maniera petulante e volta ad arrecare turbamento della pubblica incolumità. La condotta quindi, non deve essere idonea tanto a ledere la dignità della vittima, quanto a turbare l’ordine pubblico, ovvero una pluralità di individui, il loro senso comune. Solitamente il “cat calling” così come l’ha inteso la Ramazzotti, è una serie di apprezzamenti fini a sé stessi che possono arrecare sì fastidio ma solo per il singolo ed estemporaneo episodio.

Ci sono donne però – e diciamo subito che non sono appartenenti alle frange cattoliche reputandosi invece libere di pensare – che sui Social affermano di non sentirsi offese dal fenomeno e che sono in grado di decidere se esserne lusingate o ripugnate. Tutto lecito. Altre invece fanno presente come altresì le donne non sono da meno dall’esternare alcuni apprezzamenti nei confronti degli uomini per pubbliche vie, e che anzi quest’ultima è una pratica assai diffusa.

Più che altro, dovremmo in realtà preoccuparci dei tanti “Ho paura di tornare a casa da sola”, “Mi accompagni in bagno?”, “La sera non mi sento sicura, andiamo insieme?”. Una donna non dovrebbe pronunciarle e dovrebbe essere libera di mettersi un jeans o una gonna, di uscire da sola o in compagnia, di tornare a casa senza avere il timore di subire abusi. Da segnalare l’iniziativa Taxi Rosa in diverse città italiane, in cui una donna per spostarsi nelle ore notturne, fruisce di uno sconto. Come canta Margherita Vicario in “Mandela”: “Una donna, sola, dopo le 10, paga meno del 10% del conto e il tassinaro dovrebbe aspettare davanti al palazzo, davanti al portone, vederti entrare che giri la chiave…”. Ma, come le quote rosa, anche i taxi rosa in futuro dovranno sparire attraverso un cambio di mentalità sostenuto da tanto lavoro di sensibilizzazione a partire dalla scuola dell’infanzia e da una adeguata tutela giudiziaria per garantire merito e libertà alle donne sin da bambine. 

redazione

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