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Processo Perricone, iniziato l’esame della cugina dell’ex vicesindaco di Alcamo

Nel corso dell’udienza, tenutasi presso il tribunale di Trapani, su input del presidente del collegio dei giudici, il dottore Enzo Agate, è stato osservato un minuto di silenzio per commemorare il magistrato Giangiacomo Ciaccio Montalto, ucciso dalla mafia 38 anni fa.

Si è svolto lunedì mattina, presso il tribunale di Trapani, il processo a carico dell’ex vicesindaco di Alcamo, Pasquale Perricone, della cugina, Maria Lucia Perricone (detta Mary), dell’ex legale rappresentante della Promosud, Marianna Cottone, e del funzionario del Centro per l’impiego di Alcamo, Emanuele Asta. I reati contestati dalla magistratura trapanese sono diversi: associazione a delinquere, bancarotta fraudolenta, truffa ai danni dello Stato e della UE, corruzione. L’inchiesta della Procura della Repubblica “Affari sporchi” del 2016 ruota attorno all’appalto dei lavori di ampliamento del porto di Castellammare del Golfo, il cui cantiere è stato sequestrato della guardia di finanza nel 2010, e al fallimento della società Nettuno, centro di imputazione dei costi e consortile costituita dalle imprese dell’Ati (associazione temporanea di imprese) aggiudicataria dell’opera nel 2005. Durante l’udienza, è stato nuovamente trattato il tema dei corsi di formazione e di apprendistato professionalizzante. Nello specifico, è stato terminato l’esame, da parte della difesa, del funzionario regionale, Emanuele Asta. Il dirigente del Centro per l’impiego di Alcamo è stato interpellato dal suo legale, l’avvocato Giovanni Alagna. Il funzionario ha spiegato che i rapporti con Marianna Cottone non erano amichevoli, ma si trattava di rapporti d’ufficio. In seguito, ha aggiunto che l’allora legale rappresentante della Promosud si sarebbe recata al Cpi di Alcamo anche per conto della Dafne Consulting, di cui era amministratrice Vitalba Palmeri, per presentare la documentazione necessaria allo svolgimento dei citati corsi. Secondo l’Asta, Marianna Cottone avrebbe avuto anche un certo grado di autonomia d’azione. Inoltre, il dirigente regionale ha affermato che sarebbe stata l’ex amministratrice della Promosud a chiedergli se fosse possibile inserire sua moglie in uno dei corsi OSS, dei quali avevano discusso con Pasquale Perricone, e che si sarebbero dovuti attivare mediante l’ente di formazione Anas ad Alcamo, dove sarebbero stati svolti dall’ex vicesindaco, e a Palermo. Emanuele Asta ha escluso di avere messo in contatto il suo omologo del Cpi di Partinico, Giovanni Salamone, con Marianna Cottone e Pasquale Perricone, relativamente ai controlli dei corsi di formazione che avrebbero dovuto svolgersi nel territorio di competenza del collega. Riguardo, invece, alle verifiche che il dirigente regionale avrebbe dovuto effettuare nel marzo del 2015 sui corsi da lui autorizzati ad Alcamo, ha dichiarato che quanto rilevato dalla guardia di finanza, che ha effettuato le indagini, sarebbe falso. Emanuele Asta ha detto di avere evidenziato dei problemi nel corso dei controlli sui quattro corsi di formazione avviati. Tali sue ispezioni sarebbero avvenute, per lo più, vicino alla conclusione delle lezioni. Inoltre, tra le anomalie riscontrate dal funzionario del Cpi, vi sarebbe l’assenza delle firme sui registri da parte del legale rappresentante dell’ente di formazione. Asta ha precisato, poi, che le verifiche relative all’Avviso 1 del 2013 non sarebbero state obbligatorie e, dunque, la Cottone e l’ex vicesindaco avrebbero avuto ragione, durante una discussione (intercettata) avvenuta tra i tre sul fatto che le suddette non fossero dovute, al contrario di quanto egli avrebbe invece sostenuto. Per quanto concerne, poi, la richiesta di lavoro per la nipote dell’Asta, Lea Accardo, il dirigente regionale ha dichiarato di non avere fatto alcuna pressione su Marianna Cottone in merito ad una possibile assunzione presso la società da lei amministrata, ma di avere semplicemente chiesto a Pasquale Perricone di aiutare la sua parente nell’effettuare la domanda sulla piattaforma regionale dedicata al programma regionale “Garanzia giovani”. Relativamente alle ammissioni rese in sede di interrogatorio, il funzionario del Cpi ha affermato di avere ripetuto “a pappagallo” quanto detto dal dottore Marco Verzera, allora titolare dell’indagine assieme alla dottoressa Rossana Penna (che rappresenta l’accusa nel processo in corso), trovandosi verosimilmente, come ribadito alla scorsa udienza, in uno stato non lucido. Dunque, Emanuele Asta ha ribadito che non avrebbe avuto alcun interesse da spartire con l’ex vicesindaco di Alcamo e che nel progetto dei corsi OSS non avrebbe avuto alcun conflitto di interesse, dal momento che l’assessorato regionale alla Salute non fa parte dello stesso ramo di amministrazione di cui è dipendente. Per l’Asta, inoltre, non si sarebbe prospettato un riscontro economico, dato che i corsi non sarebbero comunque stati finanziati dalla Regione, ma sarebbero stati a carico degli eventuali allievi. Infine, ha dichiarato che sua moglie. Antonella Ruisi, non avrebbe avuto in cambio nulla e che, al contrario, Pasquale Perricone e Marianna Cottone avrebbero dovuto ringraziarla nel momento in cui fossero partiti i citati corsi, in quanto si era già attivata a contattare diverse persone in possesso dell’attestato, necessario per lo svolgimento degli stessi. Il sostituto procuratore ha rinunciato al controesame dell’imputato.

Successivamente, l’ex legale rappresentante della Promosud, presente in aula, ha rilasciato delle dichiarazioni spontanee. Marianna Cottone è intervenuta, infatti, per contrastare quanto dichiarato dal funzionario del Cpi di Alcamo. Nello specifico, ha precisato che non è stata l’unica persona a presentare la documentazione relativa ai corsi di formazione presso il Centro per l’impiego della città. Si sarebbero recati presso l’ufficio competente, per effettuare suddetta attività, anche Santo Frazzitta, Vitalba Palmeri e Mario Giardina, tutti coinvolti nell’inchiesta della magistratura del 2016 e operanti nella galassia di società riconducibili, per la Procura, a Pasquale Perricone, il quale le avrebbe amministrate in maniera occulta per l’appunto. La Cottone ha contestato le affermazioni di Emanuele Asta, ribadendo, come già fatto nel corso della precedenza udienza, che le avrebbe proposto, in maniera pressante, l’assunzione della nipote come tirocinante presso la Promosud. Ha aggiunto, poi, di avere sollevato l’impossibilità di accoglimento della richiesta poiché la nipote dell’Asta, essendo biologa, non avrebbe potuto ricoprire il profilo amministrativo necessario. La Cottone ha così citato la frase con cui il funzionario regionale avrebbe rivolto le citate pressioni “È inutile che ti dico che è cosa a me cara…è giusto?”. Inoltre, l’ex legale rappresentante della Promosud ha lamentato di essere stata “messa alla berlina” dagli organi di informazione riguardo le sue vicende personali, di sperare che non vengano divulgate notizie in merito e che si giunga alla verità. Durante l’udienza è stata resa nota dal suo legale, l’avvocato Franco Messina, la rinuncia del collega, Andrea Chiarelli, alla difesa della sua assistita.

Dopo le dichiarazioni della Cottone, è iniziato l’esame, da parte del pubblico ministero, di Mary Perricone. La cugina dell’ex vicesindaco di Alcamo ha spiegato che ha lavorato presso la Cea, la cooperativa di cui era socio il padre, dal 1986 fino al 2007. Precisamente, dal 97 fino al 2004, è stata dipendente retribuita del Consorzio Promosud (da non confondere con la società che si occupa di formazione professionale) di cui faceva parte, oltre alla Cea, il gruppo di imprese degli Emmolo. Dal 2004 al 2007 è stata pagata dalla Cea. Dal 2007 fino al 2011 (anno della liquidazione coatta della società), invece, ha continuato a lavorare in nero per la cooperativa fondata dallo zio nel 1969, nonché padre di Pasquale Perricone. La Cea si sarebbe trovata all’epoca in difficoltà e, dunque, le sarebbe stato chiesto dagli amministratori protempore di continuare a lavorare, ma senza busta paga. Mary Perricone ha anche specificato di avere ricoperto una carica nel collegio sindacale della cooperativa, successivamente a quello composto anche da Pasquale Perricone. Il 2007, ricordiamo, è l’anno dell’inizio dei lavori del porto di Castellammare, ma per la cugina del politico alcamese non vi sarebbe alcuna correlazione tra le due vicende, perché il cantiere era gestito dalla Nettuno (consorzio formato da Cea, Cogem e Comesi). Nello specifico, Mary Perricone ha dichiarato di essersi occupata dell’emissione della fatture e del relativo incasso dei Sal (Stato avanzamento lavori) da parte del Coveco (Consorzio Veneto), capogruppo dell’Ati, alla Cea, subentrata nell’appalto come sua associata e con la quale condivideva altri lavori pubblici. Il consiglio di amministrazione della Cea, nel periodo in esame, era costituito dal presidente Rosario Agnello (testa di legno di Perricone per l’accusa), Vincenzo Mancuso e tale Risico. Domenico Parisi, invece, operava in qualità di direttore tecnico all’interno del porto di Castellammare e, come affermato da Mary Perricone, avrebbe avuto dei poteri decisionali. Nello specifico, si sarebbe occupato, insieme ad Agnello, dei contratti e della scelta dei fornitori. Entrambi, poi, avrebbero gestito le operazioni per lo sconto fatture con le banche. La Cea, precisamente, aveva dei conti correnti presso la Banca Don Rizzo, l’Unicredit e la Monte dei Paschi di Siena. Infatti, a causa della necessità di pagare i fornitori, sarebbero state richieste agli istituti di credito delle anticipazioni pari al 70% circa. In particolare, ci si è soffermati sull’anticipo del 13° Stato di avanzamento dei lavori, da parte dell’Unicredit alla Cea, che, però, quest’ultima non ha restituito alla banca perché Coveco non ha compensato alla sua associata il citato Sal. Un debito, poi, finito nel fallimento della cooperativa Cea. Successivamente, la Perricone ha spiegato che, durante l’esecuzione dei lavori del porto, non ha trattato con i fornitori della Nettuno, ma soltanto a seguito del sequestro del cantiere da parte delle fiamme gialle, avvenuto nel maggio del 2010. All’epoca, con le quote sull’appalto acquisite da Comesi, che insieme alla Cogem faceva parte dell’Ati, la cooperativa Cea ha portato all’80% il possesso delle proprie. Dopo il sequestro è stato proposto da Massimo Vancini, il quale curava le relazioni con le cooperative del Nord, un piano di ristrutturazione del debito per la Nettuno. Dunque, Mary Perricone ha accompagnato per tre volte Agnello per incontrare gli amministratori del Consorzio Veneto.

Poi, sono stati approfonditi i rapporti societari tra la cugina dell’ex vicesindaco di Alcamo e Domenico Parisi. Nel 2008, quest’ultimo, le avrebbe proposto di costituire una società che si sarebbe occupata di edilizia privata e, nello specifico, di restauro di edifici storici: la Point Card srl. La società, dunque, è stata costituita formalmente con la moglie del Parisi, Anna Ferrara. Nel 2009, Mary Perricone è diventata amministratore unico e nel frattempo viene contratto un mutuo per l’acquisto di un immobile “La talpa”, per 200 mila euro, alla Don Rizzo, anche se nel rogito notarile il prezzo verrà stabilito in 160 mila euro. Questo mutuo, però, non verrà pagato e tra Parisi e la Perricone i rapporti si sono incrinati. All’inizio del 2010 Parisi aveva proposto, dal momento che gli affari non andavano bene, di acquistare anche delle certificazioni SOA della Cea, la quale disponeva di un ramo aziendale con categorie specializzate nel restauro. I due, comunque, si sono separati. Mary Perricone, quindi, ha trasformato la società Point Card nel C.P.C, che si sarebbe dovuta occupare di attività agricola, insieme ad Antonino Russo (amministratore e dipendente della Nettuno) ed un altro socio. Nel 2013, infine, è diventata amministratrice della C.P.C la madre di Mary Perricone. Durante la trattazione del citato tema, la difesa ha sollevato eccezione in merito ai quesiti posti dal sostituto procuratore. Il pubblico ministero, la dottoressa Rossana Penna, ha spiegato al collegio dei giudici che le domande sul C.P.C. sono state volte alla Perricone in quanto viene contestata dall’accusa l’amministrazione di fatto. Il presidente del collegio, il dottore Enzo Agate, ha assicurato all’avvocato di Pasquale Perricone, Giuseppe Benenati, che potrà in futuro porre delle domande sull’argomento. Nel corso dell’udienza, su input del giudice Agate è stato osservato un minuto di silenzio per commemorare il magistrato Giangiacomo Ciaccio Montalto, ucciso dalla mafia 38 anni fa. L’aula dove si sta svolgendo il processo è intitolata, tra l’altro, proprio al pubblico ministero assassinato per mano di Cosa Nostra. La prossima udienza si terrà l’8 febbraio.

Linda Ferrara

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Tags: Pasquale Perricone