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Silvia Romano e le apparenze inattese

È tutta una questione di simboli. Al ritorno di Silvia Romano, appena ha fatto capolino dal portellone dell’aereo che l’ha riportata nel suo Paese, tutti, e dico tutti, prima ancora del suo sorriso, abbiamo visto il suo capo coperto. Quel drappo di stoffa verde malva che ne incorniciava il volto, lasciando fuori e quindi, in qualche modo anche evidenziando, i suoi bellissimi e grandi occhi luminosi e il suo sorriso, aperto, limpido, semplicemente felice. Eppure per una frazione di secondo (per alcuni, ma molto più a lungo per altri) tutti gli occhi degli spettatori sono stati catturati da quel copricapo. Sotto, dalla veste lunga, sbucavano lembi di abiti variopinti che ben si addicono all’immagine di Silvia che tutti noi avevamo ben impressa nella memoria di questi lunghi 18 mesi: vestimenti variopinti, dalla fattura e stampa etnica che rappresenta quasi una letteratura delle cooperanti, delle ong, dei volontari: una specie di divisa più o meno condivisa, ma sicuramente tollerata.

A proposito, ritengo che la parola “tolleranza” sia rivoltante: ha un retrogusto di borghese sopportazione del diverso, che conserva una specie di risolino autocompiacente sul profondo (ma rivoltante) spirito civico conquistato, almeno in apparenza. Il fatto è che Silvia ha spiazzato la perbene, abitudinaria, inquadrata gente italiana. Non solo se n’è andata in Africa, ma questo passi… folli ce ne sono tanti, o, peggio, tante… ma ha osato affermare pubblicamente di essersi convertita e di vestire la sua conversione. Così, d’un tratto, quella mise, ha spiazzato le attese e perciò ha attivato il morbo del giudizio, della maldicenza, della bocca aperta per arieggiare opinioni che hanno perso ogni minimo contatto col cervello e sono mosse direttamente dalla pancia… o forse da organi che si trovano ancora più in basso. Ne sono seguite esternazioni puzzolenti e assolutamente indecenti.

L’Italia che mai si è sufficientemente indignata innanzi all’assenza, ancora oggi di risoluzioni definitive per tragedie come le stragi di Ustica e piazza Fontana… si è levata contro il nuovo nome di Silvia: “Aisha” (che, per inciso, io trovo bellissimo, tanto quanto il nome Silvia). Ha vomitato disappunti disdicevoli sul riscatto e… per il resto basta fare un giro on line per leggere lo scadimento della decenza. Io non posso fare a meno di ricordare una sorta di “riscatto” che mai fu pagato… un tempo in cui il nostro Paese scelse “la linea delle fermezza” che costò la vita ad Aldo Moro. Che valore ha una vita? Un milione di euro? Quattro milioni di euro? Poche lire? Sarò impopolare, ma io credo che una vita valga tutto… sia quella di Silvia/Aisha o quella di uno statista o anche quella di un migrante e persino quella di un delinquente o di un dittatore… perché la vita è un dono e non è nostra. A noi tocca solo preservarla… Da comunicatrice non posso non pensare che se solo Silvia avesse voluto, avrebbe potuto fare della sua veste un motivo di tripudio di consensi: visto il colore, poteva anche essere un omaggio ai sanitari che da mesi salvano vite e si battono eroicamente contro il Covid19. Lei invece ha parlato di Corano, ma questo Paese non è pronto per ascoltare la verità

Chiara Putaggio

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Tags: Silvia Romano