Categorie: AperturaApertura homeCultura

Terre e tempi di esilio: conversazione con il poeta Gëzim Hajdari, che ha dedicato una lirica a Marsala

In questi giorni di isolamento coatto dovuto alle diverse misure adottate dal Presidente del Consiglio dei Ministri italiano per prevenire la diffusione del virus covid-19 sul nostro territorio nazionale la parola ‘esilio’ è stata pronunciata molto spesso, ora con rabbia, ora con insofferenza, spesso, obtorto collo, con supina accettazione. Restare ‘esiliati’ a casa significa rimanere chiusi fra le quattro pareti domestiche, lontani dal ‘fuori’, dal mondo esterno del lavoro, dei passatempi, delle amicizie, dove, fino alla fine dello scorso mese di febbraio molti trascorrevano più tempo che ‘dentro’. Questo è un dato di fatto. Ma è corretto dire che si vive ‘esiliati in casa’? Per scoprirlo è opportuno soffermarsi a riflettere sul termine ‘esilio’. Cosa significa realmente la parola ‘esilio’? Se ci si affida al vocabolario Treccani, si trova la seguente definizione: ‘pena limitativa della libertà personale, che consiste nell’allontanamento del cittadino dalla patria; può essere temporaneo o a vita, e ha carattere di stabilità per tutto il tempo che dura la pena.’ Nonostante questa condizione, che ci si augura termini al più presto, venga vissuta come ‘pena’ , una forma di forte limitazione delle libertà personali, non si potrebbe utilizzare questo termine in quanto non lontani dalla patria ma, al contrario, presso la propria residenza abituale, il cosiddetto focolare domestico. Della condizione di vero esilio, cioè l’esilio vissuto da chi è costretto a lasciare la propria terra natia per le sue idee, le sue parole, la sua attività politica ne può parlare a ragion veduta il poeta di origini albanesi, Gëzim Hajdari che dal 1992 vive in Italia, costretto a lasciare la nazione dall’aquila a due teste per la sua opposizione al regime di Enver Hoxha prima e ai governi a lui succedutisi dopo. L’occasione è offerta dalla recente pubblicazione della sua nuova raccolta di poesie Cresce dentro di me un uomo straniero/Rritetbrendamejenjënjeri i huaj, Edizioni Ensemble 2020, che presenta, a pagina 85, una poesia composta e dedicata a Marsala, città che lo ha ospitato nell’ottobre del 2017 in occasione della presentazione della sua attività poetica all’interno della rassegna “Versi di-versi nella letteratura-mondo”, organizzata dalle associazioni culturali ‘Istantanee’ e ‘Otium’ e patrocinata dall’Assessorato alle Politiche Culturali, nella persona dell’assessore Clara Ruggieri. Gëzim Hajdari è uno degli autori più apprezzati della cosiddetta ‘letteratura della migrazione’, la produzione letteraria di autori (scrittori, poeti, drammaturghi) che vivono e si esprimono al di fuori del loro paese di origine in una lingua che non è quella materna. Le sue opere, raccolte poetiche e reportage di viaggi, pluripremiate, sono state tradotte in diverse lingue (inglese, francese, tedesco e spagnolo). L’esilio è la marca connotativa della poetica di Hajdari e la rappresentazione del paesaggio la modalità privilegiata per esprimersi. Il poeta, che ha soggiornato nei pressi delle saline ‘Ettore e Infersa’, ha apprezzato la natura di questo lembo di terra protesa verso le coste africane, la sua storia millenaria percepibili con tutti i sensi attraverso la stratificazione di testimonianze, segni, tracce e memorie. Nelle campagne attorno alla città, nelle sue strade, nei suoi edifici, nei suoi colori e nei suoi odori, nei gusti, nei gesti, nelle parole dei suoi abitanti c’è tutto il suo passato di terra fra due mondi, di condizione di trovarsi ‘fra’, ‘in-between’, dimidiati fra culture diverse eppure da esse arricchite. Un po’ come l’esiliato, lacerato fra un altrove perduto e un qui inospitale, fra un passato che si è dovuto lasciare alle spalle e un futuro incerto.

Marsala, l’antica Lilibeo, definita da Cicerone “splendidas civitas lilibetana”, le ha ispirato dei versi molto intensi. Cosa l’ha colpita della nostra città, del suo territorio?

Tornare al sud per me è come ripercorrere la mia ferita. Il sud è arancia matura lasciata a marcire a terra, odio che si ama. Il sud è maledizione, amore violento. Il mio primo viaggio in Sicilia è stato proprio nella vostra città. Marsala è una città nella città, è una città mondo. È un luogo dove respiri il passato mitico, le temperie dei secoli, il presente color Africa e il futuro incerto. Ogni vicolo, ogni pietra, ogni antico reperto tramanda i segni della memoria millenaria scolpita nel tempo e nella storia. Camminando per la città si prova una strana sensazione, senti la gente, i rumori, le lingue, i racconti, il mare, le isole, le saline, la quotidianità scorrere nelle vene. Assaporare i profumi delle erbe aromatiche, il mosto dell’uva e delle melagrane spaccate della vostra terra mediterranea è un elisir di lunga vita. Marsala riesce ad aprire ogni cuore dell’essere umano, non puoi scordarla facilmente, anzi la porti con te ovunque come un graffio sulla pelle. La poesia su Marsala è stata scritta alle saline ‘Ettore e Infersa’, nel cuore della Laguna dello Stagnone, di fronte all’isola mitica di Mozia (Mothia), l’antica città fenicia, dove Io, Iris e la nostra piccola Deva, tre anni fa siamo stati ospitati per alcuni giorni nella villetta di cari amici. Spero che questo piccolo dono piacerà ai lettori marsalesi.

Secondo lei, cosa significa, per questa nostra terra e per la nostra gente, trovarsi al confine fra due mondi, essere la porta d’Europa?

Trovarsi al confine fra due mondi è una fortuna, che non tutte le genti e le terre possono avere; significa non appartenere a nessuno, e, al tempo stesso, appartenere a tutti e due. Nelle vene dei marsalesi scorre sangue ‘impuro’’, sono questi i valori aggiunti della vostra gente, della vostra antica terra. Trovarsi al confine fra due mondi significa condividere insieme destini e futuri, uscire ed entrare da una lingua all’altra, da una cultura all’altra, produrre più vita di quella che si consuma. Essere la porta d’Europa vuol dire guardare oltre il mare di Didone con gli occhi del domani, farsi ospite ed essere ospite.

La pandemia sembra aver privato l’uomo di oggi delle sue difese, quelle “corazza ed armi”, quei coltelli e quei sassi che, nelle Sue liriche, ne garantiscono l’incolumità. Come ci si può riappropriare degli strumenti di difesa per affrontare la malattia, la morte, il dolore, l’ignoto che bussa alla porta improvvisamente?E se la soluzione fosse un ritorno alla natura, quella della terra, fatta di zolle e del sudore della fronte, una rapporto vero e autentico che Lei auspica anche nel mondo della poesia in cui il poeta è “contadino della poesia” (“Fare il contadino della poesia vuol dire ascoltare la terra/fare il contadino della poesia vuol dire rileggere il cielo e la terra”, Delta del tuo fiume, Ed. Ensemble, 2015).

Non c’è nessuna peste in giro, nessun ignoto che ci bussa alla porta all’improvviso. Il cosiddetto ‘’coronavirus’ è una truffa criminale messa in atto dai Poteri oscuri e profondi che ci governano. Spero che ben presto i responsabili dell’inganno saranno puniti severamente dalla giustizia popolare, altrimenti saremo sepolti vivi dalle macerie della nostra in(civiltà). Ma ciò che mi colpisce di più è il silenzio aberrante dei poeti e degli scrittori italiani. Invece di denunciare senza mezzi termini questo affare finanziario e satanico, sono diventati complici dei governi corrotti e mafiosi che hanno soppresso tutte le costituzioni, restaurando dei regimi totalitari. D’ora in poi i miei colleghi letterati non saranno più credibili, le loro opere artistiche non avranno alcun valore morale e intellettuale per il lettori.

I tempi che stiamo vivendo sono tempi di guerra per riconquistare la libertà perduta, la sovranità, lo Stato, i nostri diritti violati, le nostre costituzioni calpestate dalla bestia delle tenebre che ha usurpato ogni cellula della vita sociale, economica, politica, intellettuale, culturale e spirituale delle democrazie moderne e liberali dell’Occidente. Quindi a noi, poeti contadini, non rimane altro che trasformare le nostre penne in armi di denuncia contro il Nuovo ordine mondiale satanico per riprendere la nostra vita normale e ripristinare la legalità e lo Stato di diritto.

In tutto questo smarrimento, che ruolo ha per Lei la letteratura da molti oggi riscoperta sia in forma leggera come passatempo sia in modo profondo come possibilità di pensare e ripensare alla concezione che l’uomo ha di sé e del proprio destino su questa terra.

Scrivere oggi nel Nuovo ordine mondiale significa rischiare. Un buon poeta è interprete degli ideali della propria epoca, e comunica con i mondi in nome della legalità e trasparenza, ripristinando i legami tra testo e onestà intellettuale, tra parola e verità, tra poesia e vita. Il futuro della lingua e della letteratura appartiene ai giovani meticci, ai viandanti e agli esuli, che daranno la dignità alla lingua facendo restituire un barlume di verità alle sue metafore e vitalità al suo linguaggio castrato. La poesia e il teatro latino si inaugurano con Livio Andronico che era un cittadino di origine e cultura greca.

L’Italia sembra averlo disilluso, tant’è che di recente Lei ha scelto di emigrare di nuovo e di andare a vivere nel Regno Unito. Spesso nelle Sue liriche Lei si rivolge con passione a tutta un’Europa che promette e non mantiene, un’Europa che illude e tormenta. (“Vado via Europa, vecchia puttana viziata./I tuoi ruderi non mi incantano più,/i tuoi specchi e i tuoi abissi hanno ingannato il mio esilio,/ferito il mio mesto corpo dell’Est/davanti ai falsi altari impietriti.”, Delta del tuo fiume, Ed. Ensemble, 2015; “Per voi uomini d’Europa che vi arrangiate ogni giorno”, Stigmate, Salento Books, 2002). Come vede un uomo dell’Est il sogno di un’Europa unita alla luce della cronaca recente?

Io non ho abbandonato l’Italia per un altro esilio nel Regno Unito, ma vivo esiliato nell’esilio tra l’Italia e il Regno Unito dove mia moglie lavora. Quindi la nostra vita familiare è a Frosinone, dove abbiamo la casa-fondazione. Del resto la vita di uno scrittore come me si svolge tra i mondi. È strano, ma io posso scrivere le mie opere soltanto vivendo in Ciociaria, sognando la vera Europa dei popoli contro i Poteri oscuri e profondi che ci governano negli ultimi decenni.

Cos’è per Lei, poeta ed esule, la condizione dell’esilio?

Questi secolo è il secolo dell’esilio. Essere un poeta esule significa prima di tutto onestà intellettuale, dire la verità, non accettare compromessi e sacrificarsi in nome dei veri valori letterali e spirituali. Essere un poeta esule nel terzo millennio significa essere messo al bando dal potere politico e dal establishment culturale come il sottoscritto. Significa sopravvivere alla giornata eroicamente. Per la mistica araba dio comunica con gli umani sulla terra proprio tramite gli esuli.

Tutta la tua tragedia Storia/è caduta su di me. Mi sento inquieto”. Questi i versi iniziali di una Sua lirica suonano profetici. L’oggi con la sua “lugubre pesantezza”, per dirla con le sue parole, ha cancellato la leggerezza del passato, quella leggerezza di cui forse non eravamo consapevoli. Viviamo in un tempo di mezzo, fra memoria e speranza?

La profezia dei poeti è la loro condanna finché sono in vita, è un tragico destino che si ripete da più di duemila anni, da Eschilo a Ovidio a Dante Alighieri, fino ai giorni di oggi. La leggerezza della vita non è un bene prezioso che ci viene donato una volta per sempre, ma si acquisisce ogni giorno; è per questo importante cogliere in tempo la profezia dei veri poeti, per non essere sepolti dalla ‘’lugubre pesantezza’’ delle tenebre.

Matilde Sciarrino

Marsala-G.-Hajdari

PDF Embedder requires a url attribute
redazione

Condividi