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La prima cosa da cui ricominciare – Cartoline dalla quarantena

Se c’è una cosa da cui ricominciare è questa capacità che ci siamo inaspettatamente ritrovati di individuare il problema e condividerne la soluzione mettendo in gioco il nostro stile di vita, le nostre abitudini, i nostri spazi. Ci siamo riscoperti comunità. Non lo facevamo da decenni.

E se devo indicare il momento esatto in cui abbiamo smesso di farlo, in cui abbiamo smesso di credere che era possibile cambiare le cose agendo insieme, mi vengono in mente una data e un luogo ben precisi: 19 – 22 luglio 2001, G8 di Genova. È lì che un’intera generazione, la mia, è scesa in piazza un’ultima volta al grido “Un altro mondo è possibile”, credendoci.

Non avevamo avuto bisogno di una pandemia per scoprire che il mondo era diventato globale, interconnesso, inestricabile. Avevamo capito che per dare una risposta ai problemi posti dalla globalizzazione dovevamo cercare risposte globali.

Dopo la caduta del Muro di Berlino ci avevano detto che la “Storia era finita”, che ci aspettava un lungo, infinito fermo immagine, in cui i sommersi e i salvati erano decisi una volta per tutte. Noi eravamo lì a dire che no, non era così.

E da mesi ormai incalzavamo i potenti del mondo, ovunque si riunissero: a Seattle per il WTO, a Davos per il WEF, a New York. Ovunque, nel mondo, si organizzavano manifestazioni gigantesche di piazza e di popolo, che confluivano in veri e propri “controforum” in cui si raccoglievano idee per ridisegnare equilibri, modelli economici e sociali che erano stati dati per intoccabili e incontrovertibili, nonostante creassero disuguaglianze e ingiustizie per la maggior parte delle popolazioni del mondo. Si parlava di economia, si parlava di ambiente, si parlava di lavoro, si parlava di pace. I primi ministri, i presidenti delle grandi organizzazioni mondiali, quando si riunivano, erano costretti a farlo dentro zone blindate, le così dette “zone rosse”. A pensarci oggi, fa sorridere. E noi, fuori, a gridare il nostro dissenso, a cercare nuove vie per un progresso che tenesse conto di diritti, ambiente, lavoro.

Questo fino a Genova. Fino a quel maledetto G8 del luglio del 2001, dove i potenti del mondo decisero che era il momento di bloccare quelle istanze che venivano dal basso. E bisognava farlo in Italia, un Paese importante ma politicamente debole.

La politica creò tutte le condizioni perché la situazione esplodesse: nessun dialogo con i manifestanti fu concesso come, invece, era stato concesso altrove. La città fu blindata. Le forze dell’ordine vennero motivate come avessero di fronte nemici – e non giovani che protestavano – e furono equipaggiate male e armate con pallottole vere, invece che con pallottole di gomma come nelle precedenti occasioni. Furono mandati per strada allo sbaraglio anche gli “ausiliari”, reclute poco addestrate e senza alcuna esperienza sul campo.

Fu un massacro. Mentre polizia e carabinieri caricavano i manifestanti lungo il percorso preventivato, la città veniva messa a soqquadro dai Black Block, teppisti organizzati e in riconoscibile tenuta nera, fatti passare alle nostre frontiere pur essendo schedati da anni come violenti. Furono lasciati liberi di scorrazzare per le vie di Genova, rompere vetrine, incendiare auto, saccheggiare negozi. La tensione salì alle stelle. Alla fine ci scappò il morto, Carlo Giuliani. A sparare fu un ausiliario.

Le forze dell’ordine irruppero di notte nei locali della scuola Diaz dove molti giovani dormivano e li pestarono selvaggiamente e immotivatamente mentre erano ancora dentro i sacchi a pelo. Centinaia di ragazzi furono arrestati e portati nella caserma di Bolzaneto dove vennero picchiati per un’intera notte, piercing e orecchini strappati, manganellate. Anche le ragazze. Ed erano giovani provenienti da tutta Europa.

Ma i governanti avevano ottenuto esattamente quello che volevano: le immagini di Genova in fiamme fecero il giro del mondo e fu facile, in quelle ore, liquidare le ragioni dei contestatori come le ragioni dei violenti.

Non un black block fu fermato. Non un black block fu arrestato. Nemmeno uno.

Da lì, da quelle giornate, è cominciata la risacca: la mia generazione non ha più creduto che “un altro mondo è possibile”.

E l’idea che il mondo non poteva essere cambiato, si trasformò pian piano nell’idea che il meglio allora lo stavamo già vivendo e in parte lo avevamo vissuto. Meglio a quel punto, piuttosto che investire sul futuro, puntare su un prolungamento del presente, una sorta di post adolescenza continua da spendere in una formazione continua, accettando silenziosamente una gavetta infinita. In contraccambio, la possibilità di poter continuare a consumare al di sopra delle nostre possibilità, a prescindere da quello che produciamo, che creiamo noi stessi. Come tesoretto da erodere: i risparmi accumulati dai nostri genitori e dai nostri nonni che, continuando a tenere i cordoni della borsa, hanno potuto continuare a dire la loro e a dettare la linea in un mondo che nel frattempo capivano sempre meno.

È da allora, da quelle maledette giornate di luglio del 2001 che la mia generazione ha abbandonato ogni forma di discussione pubblica, che ha abbandonato le piazze per rinchiudersi in una sorta di quarantena dorata e frustrante. Poi, l’11 settembre dello stesso anno, gli attentati terroristici alle Torri Gemelle. La mazzata finale.

Cambiare il mondo? – ci siamo detti – non è possibile.

E abbiamo sospeso il tempo: i potenti sono rimasti chiusi nella zona rossa, ma in quarantena ci siamo messi noi, volontariamente. Tant’è che siamo la generazione che si è inventata la prima categoria post ideologica di tempo e spazio: l’apericena. Una bolla temporale di spazi e di consumi politicamente inafferrabile. Non tempo in più, non tempo in meno, non cena, non dopocena, ci si può sedere ovunque o rimanere in piedi, vuoto e pieno. Il tempo e lo spazio per gli indecisi, per chi non ha voglia, per chi vuole spiluccare senza prendere impegni. Guai a farsi incatenare ad una sedia a mangiare una pizza da scegliere per tempo. Meglio stare in piedi, vicini al bancone e piluccare tra un numero imprecisato di cose che sono già lì, pronte, che non puoi mettere in discussione. Prendi senza prenotare, senza avere un’idea precisa, assaggi e se non ti piace non è colpa tua.

E quando sono arrivati Greta e le migliaia di nuovi giovani in strada e ci hanno messo davanti problemi globali da risolvere con soluzioni da pensare globalmente, ci hanno trovati lì, al bancone, che apericenavamo.

Ci hanno snocciolato davanti gli stessi problemi che noi avevamo portato in piazza venti anni prima: ci hanno chiesto di limitare il nostro impatto ecologico per salvare il pianeta facendo scelte di vita radicali ma condivise e graduali. Ci hanno chiesto di diminuire i viaggi in aereo. Abbiamo risposto ridendo che non era pensabile. Ci hanno chiesto di diminuire la produzione di plastica e l’acquisto di prodotti che necessitano di troppi imballaggi. Abbiamo risposto che stavamo già facendo abbastanza. Ci hanno chiesto di diminuire il consumo di carne. Abbiamo risposto che “non ci facessero ridere”. Ci hanno chiesto di prendere il meno possibile l’auto e usare di più i mezzi pubblici. Abbiamo fatto spallucce. Ci hanno chiesto di diminuire l’emissione di gas nocivi e l’uso di pesticidi. Abbiamo risposto che per certe cose c’è bisogno di tempo. Hanno ribattuto che di tempo non ce n’era più, che il futuro è già qui e che glielo stavamo rubando. Ed è lì che hanno fatto un errore micidiale: a parlarci di futuro. Noi a maneggiare il futuro, ad immaginarcelo, non siamo bravi.

E poi è arrivata la pandemia. Dall’oggi al domani gli aerei sono rimasti a terra, le auto posteggiate sul marciapiede vicino casa, la spesa limitata ai beni essenziali, siamo diventati più attenti ai consumi.

E tutte le grandi e piccole abitudini e consumi che fino a qualche giorno prima non era nemmeno immaginabile mettere in discussione, nemmeno in una forma razionale, condivisa, graduale, li abbiamo messi a disposizione del bene della comunità nel giro di quarantott’ore.

Dall’oggi al domani siamo stati capaci di individuare un problema e di condividerne la soluzione mettendo in campo comportamenti e pratiche concreti. E siamo stati bravi. Sorprendentemente bravi. Durante la quarantena siamo tornati ad essere comunità. Abbiamo finalmente capito che l’effetto cumulativo delle nostre azioni da singoli ricade sull’intera umanità e poi ritorna a noi, al nostro vicino, alle persone a cui vogliamo bene. Abbiamo capito, come dice Paolo Giordano, che “Nel contagio la mancanza di solidarietà è prima di tutto un difetto d’immaginazione”.

Da oggi in poi non possiamo dire che non crediamo che il nostro comportamento come singoli possa cambiare il mondo che ci circonda, migliorare la vita degli altri e nostra, o peggiorarla. Salvare persone, animali, salvaguardare il pianeta.

Non c’è più bisogno di fare uno sforzo di fantasia per capire che una nostra scelta può essere direttamente collegata allo scioglimento dei ghiacciai, all’annichilimento di intere specie animali e vegetali, alla miseria di intere popolazioni in altre parti meno fortunate del pianeta. Che il nostro mondo fosse fatto di connessioni inestricabili lo sapevamo da tempo. Il contagio ha fatto in modo da mettere in risalto come un evidenziatore queste relazioni, come fosse un herpes zoster – o fuoco di Sant’Antonio – che corre lungo il sistema nervoso del mondo.

Se fino ad oggi potevamo bollare gli appelli che richiamavano ad una responsabilità collettiva come utopistici, campati in aria, fesserie da buonisti, oggi non abbiamo più scuse: fare qualcosa è possibile, cambia le cose. È doveroso.

Renato Polizzi

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  • Complimenti Renato, un gran bel articolo, mi ha fatto riflettere tanto. Saluti.

  • L'articolo riassume bene la realtà di questi quasi 20 anni di disfacimento politico sociale ed economico del mondo occidentale. L'illusione che la caduta del muro potesse portare ad una apertura nelle relazioni tra paesi che prima non condividevano niente, ha letteralmente mandato in tilt il cervello di molte persone, politici e non , che hanno dato priorità solo agli aspetti economici di queste ''aperture''. Già alla fine degli anni 70 del 900 si era iniziato a parlare in modo forte di impatto ambientale legato al nucleare , all'inquinamento delle polvere sottili e alla deforestazione di gran parte delle foreste distribuite nei vari continenti . Tutto questo , come viene precisato nell'articolo, è stato sottovalutato e anzi con la globalizzazione ci si è concentrati solo sull'aspetto economico. Ora credo che il buon senso debba prevalere su tutto ed ognuno di noi nel suo piccolo debba dare priorità al problema ambientale e questo si può fare se accettiamo che alcuni settori dell'economia devono lasciare inevitabilmente il passo ad altri . Allo schifo di chi ha prodotto (e inconsapevolmente un po' tutti noi abbiamo accettato passivamente) negli ultimi 50 anni , bisogna dire : basta con l'agricoltura intensiva e comunque maggiore controllo dei i fanghi reflui di depurazione , basta con le vergogne delle discariche abusive disseminate per il mondo ( e l'Italia è uno dei cattivi esempi), basta con chi insiste sul nucleare, basta con le plastiche è venuto il momento di sostituirle gradualmente senza se e senza ma e basta con tante altre industrie della morte fauno floristica di questo pianeta .

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