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Piazza Menzogna

Sono trascorsi 50 anni dalla Strage di Piazza Fontana. Ieri le massime istituzioni dello Stato hanno celebrato quest’anniversario e i media nazionali ne hanno approfittato per ricostruire i fatti emersi e i buchi neri di una delle pagine più drammatiche della storia repubblicana. Una strage di matrice fascista, come accertato da una sentenza che mette per iscritto anche le responsabilità di alcuni apparati statali, che peraltro innescarono un vergognoso depistaggio che travolse gli anarchici, divise l’opinione pubblica e alimentò un feroce scontro tra opposte fazioni che provocò la morte di Giuseppe Pinelli e quella del commissario Calabresi. L’Italia del boom economico si ritrovò scaraventata nel giro di pochi anni in una guerra civile strisciante tra terrorismi di matrici diverse, infiltrazioni criminali e grandi manovre di potere che ne misero seriamente a rischio la tenuta democratica. Se dunque la cornice storica della Strage appare definita, purtroppo a mezzo secolo di distanza da quella tragica giornata mancano ancora i nomi degli autori materiali e degli eventuali mandanti dell’eccidio, in cui persero la vita 17 persone. Com’è noto, però, Piazza Fontana non è l’unica pagina oscura della nostra storia repubblicana. Prima ancora c’era stata la Strage di Portella della Ginestra e poi ci saranno l’omicidio di Aldo Moro, Ustica, Bologna, gli omicidi di mafia che insanguinarono gli anni ’80 e poi ancora Capaci, via D’Amelio, via dei Georgofili…In mezzo, tanti altri episodi (tra gli altri anche quello della Casermetta di Alcamo Marina) in cui magistrati e forze dell’ordine hanno faticato enormemente a far luce sull’esatta dinamica di quanto accaduto. Di fatto, viviamo in un Paese senza verità. Un’autentica dannazione, non solo per i familiari delle vittime cadute nel nome di indicibili disegni di potere, ma anche per tutti coloro che ritengono che le radici di un Paese democratico non affondino soltanto nel principio di rappresentanza o in una mera uguaglianza formale dei cittadini davanti alla legge, ma anche e soprattutto in quel mix di verità e giustizia che i nostri padri costituenti avevano in mente quando crearono le basi per la rinascita dalla ceneri del fascismo e dalle macerie della guerra. Per combattere l’oblìo, dunque, non ci resta che la memoria, prezioso bene da custodire per alimentare l’impegno civile, trasmetterne il valore alle nuove generazioni e tenere accesa la fiammella della speranza.

Vincenzo Figlioli

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