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A Castellammare del Golfo, Mario Incudine si fa “Mimì”, siciliano per sfondare

Spettacoli, cultura, bellezza e turismo per credere in un sogno di rinascita di questa terra
Avanti chi acchiana la Luna Mimì incontra Mario e i due si taliano e si piacciono, si assomigliano, si capiscono. Avanti chi acchiana la Luna un golfo già bellissimo per volontà del Creatore si anima di bellezza, gente di ogni parte, venuta qui perché il mare, in questo posto d’Occidente, va d’accordo con la terra, che si è adeguata alla sua potenza e l’ha accolto, in un abbraccio educato e sapiente. Qui le pietre antiche del Castello sovrastano e ancora proteggono, come al tempo delle incursioni dei corsari, ma stavolta difendono dall’incuria e si impongono bellissimi, con il silenzio dei materiali antichi, quelli che non mentono e non scoppiano, non crollano, vittime di matrimoni insani. Qui, a Castellammare del Golfo, la vitalità è piena e il futuro è possibile perché il tempo è passato senza passare, anzi è rimasto, in presenza del progresso, e quest’ultimo – fatto di mille ristoranti e banchi commerciali innestati nel meraviglioso presepe urbano del golfo – ha trovato spazio con armonia, senza violare le vestigia sacre di ciò che fu, e, anzi, rivitalizzandole con arte e divertimento che, in terra di Sicilia, sono le uniche speranze per un futuro in cui i giovani restino, e vivano pienamente il loro territorio.
In questo scenario quasi da sogno – visti i tempi che corrono, in cui l’austerity non ci ha mai veramente lasciati – il piazzale dello Stenditorio, sotto la curva calda du Casteddru, s’è fatto teatro di alta qualità. È andato in scena “Mimì – da sud a sud sulle note di Domenico Modugno”. Il buio di una sera di mezz’agosto mite, appena ventilata, è stato squarciato dalle note che suonano come coltelli di “Amara terra mia” per risucchiare la platea nell’Italia degli anni ’50, quando dopo guerra per la gente del sud significava emigrare. In questo assioma, però Mimì era l’eccezione che, per far fortuna, essendo pugliese, ha dovuto fingersi siciliano e in un tempo in cui nulla era più a sud della Sicilia. Testi sapienti di Sabrina Petyx – e regia di Moni Ovadia e Giuseppe Cutino – che hanno creato una rete sottile, a tratti sfumata, in cui Mimì e la sua testarda e talentuosa vitalità si innesta in Mario, lo annusa e gli piace e Mario gli presta la sua voce, diventa istrione e persino ballerino, mimo, attore, siciliano pieno, o anche interprete, tanto quanto lo sono i musicisti – Antonio Vasta, Manfredi Tumminelli, Antonio Putzu, Pino Ricosta ed Emanuele Rinella. Plastici, mutevoli, espressivi, capaci di cambiarsi d’abito sotto gli occhi degli spettatori, senza che questi se ne accorgano perchè abili a rapirli con la trama della vicenda cantata, narrata, esibita, spesso in maniera comica e mai pietistica, anche quando si intonano, tonanti, le note di “MALARAZZA” perché l’invito è a non piangersi addosso, ché, diversamente dal Cristo sulla croce, neanche il servo più disgraziato ha le braccia “’nchiuvate”. Un inno alla vita interpretato tratteggiando i passaggi dell’esistenza di un artista del sud che ce l’ha fatta, il cui personaggio è stato cucito addosso ad un altro artista del sud che ha scelto la difficile e bellissima corda della lingua siciliana, per percorrere, funambolo sorridente eppure consapevole, il circo dell’arte nazionale e internazionale. Mario Incudine canta a squarcia gola “U Pisci spata”, tragica storia d’amore animale, che è metonimia di ogni dramma di sentimento e sopraffazione, ma diventa quasi Totò nelle movenze da marionetta quando canta la sveglia che fa ticchiti tac. E poi la platea torna al terzo millennio e si parla dell’app sul meteo che si contrappone a quando il tempo era oggetto di stupore e condivisione e venivi sorpreso dal temporale e poi dall’arcobaleno. I giorni passano scanditi dai colori sul telo bianco che fa da sfondo: è un cielo che rilascia “un pizzuddro d’arcobaleno” perché dopo la pioggia lo vedi che è un fascio e lo puoi tenere in mano, ma il Signore, quegli stessi colori te li dona ancora, uno a volta, durante la giornata. Tutto è funzionale allo spettacolo planisferico, che rapisce e si prende il tempo del sorgere della Luna, magnifica, rossa, come emozionata dal bacio con la Terra, che fa capolino dalla montagna e poi, lesta sale, schiarendosi, nel cielo nero, poi si fa lenta e raggiunge e infine sovrasta la Torre del Castello, diventando bianca bianca. È uno spettacolo dietro lo spettacolo. Intorno a lei, come accadde a “Mister Volare” un bellissimo cielo “trapunto di stelle”.
Il sogno è replicare la magia di chi si fece siciliano per sfondare, si fece siciliano per mostrare chi era e cosa sapeva fare. Noi (anche a Marsala) siamo avvantaggiati: siciliani già lo siamo. E allora incominciamo anche noi a sognare, a volare, a cantare questa “amara terra nostra”.
Chiara Putaggio

redazione

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