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Il procuratore aggiunto Maurizio Agnello: “Il grigio a Trapani è molto più diffuso”

Nel corso dell’intervista, a cinque mesi dal suo insediamento presso la Procura di Trapani, il dottore Agnello ha tratteggiato alcuni degli affari dell’organizzazione criminale nella Sicilia occidentale e parlato della condizione della giustizia in provincia e in Italia. Inoltre, il magistrato palermitano ci ha svelato la sua passione di scrittore di libri gialli.

Circa sette mesi fa, è stato designato dal Consiglio Superiore della Magistratura procuratore aggiunto della provincia di Trapani e si è insediato lo scorso febbraio. Che situazione ha trovato e quali sono i reati ad oggi più diffusi?

Conoscevo già la provincia di Trapani perché per quattro anni e mezzo sono stato addetto alla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo con specifica delega alla provincia di Trapani. Quindi, mi ero fatto un’idea della provincia di Trapani dal punto di vista della criminalità organizzata: mafia, associazione finalizzata allo spaccio degli stupefacenti. Mi sono insediato lo scorso 4 febbraio e quindi sto cominciando a conoscere la realtà trapanese anche dal punto di vista della criminalità comune. Ho trovato molte indagini interessanti in termini di pubblica amministrazione, in tema di reati ambientali. Ci stiamo occupando attivamente delle demolizioni, di case e ville abusive soprattutto nella zona di Alcamo Marina. Siamo attentissimi alla tutela delle fasce deboli. Quindi, ho trovato una Procura in piena attività anche da questo punto di vista, della criminalità comune. Quando mi insediai dissi che la realtà trapanese è una realtà complicata dal punto di vista sociale, economico-imprenditoriale. Ed è talmente complicata che alle ultime elezioni la città (di Trapani, ndr) aveva persino stentato a darsi un sindaco democraticamente eletto. Diciamo che ho avuto piena conferma di quella che era una sensazione mutuata dal mio pregresso impegno nella Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo. La realtà trapanese è molto, molto complessa. Rispetto a Palermo, in cui tutto è chiaro o quasi, tutto bianco o nero, il grigio a Trapani è molto più diffuso.

La settimana scorsa è stata pubblicata la relazione della DIA sul secondo semestre del 2018 e tra i settori controllati da Cosa nostra, nel territorio trapanese, spiccano soprattutto quelli dell’energia rinnovabili e delle scommesse. Quest’ultimo, tra l’altro, ricorrendo ai metodi estorsivi. Detti reati costituiscono dei business importanti per la criminalità organizzata?

Premesso che non mi occupo più di criminalità organizzata. Questo è opportuno ribadirlo nel senso che siamo una Procura circondariale che non si occupa di mafia. Però, abbiamo un’osservazione diretta, molto più immediata, sul territorio. La mafia trapanese, come tutte le mafie, ha allungato le mani su tutto ciò che produce reddito e scatena gli appetiti della criminalità organizzata. In questo momento lo è molto il settore delle energie rinnovabili, di cui mi occupai a Palermo come componente del pool della pubblica amministrazione, e quello delle scommesse. Per quanto riguarda le energie rinnovabili, occorre capire una cosa. Una premessa: perché è così interessante il mercato delle energie rinnovabili? Perché con un investimento relativamente basso, garantito però da una robusta fideiussione bancaria, si possono ottenere delle plusvalenze stratosferiche. Basta affittare un terreno, ottenere tutte le autorizzazioni, e lì c’è il problema grosso dei reati contro la pubblica amministrazione perché l’autorizzazione all’apertura di questi parchi fotovoltaici o eolici è di competenza degli uffici regionali, che non sempre seguono l’ordine cronologico.

Le vicende attuali?

Esatto. Ecco dov’è il punto cruciale delle indagini. Quindi, basta affittare un terreno, costruire sopra un parco eolico o fotovoltaico, e rivendere questo parco a società che poi a loro volta rivenderanno l’energia prodotta all’ente gestore. Ripeto, a fronte dell’investimento, si possono ricavare delle plusvalenze veramente stratosferiche, roba da milioni e milioni di euro. Così come il settore delle scommesse. È fatale che la criminalità organizzata è attratta. Il problema è quando la gestisce in prima persona, perché quando all’interno di sale giochi vengono installati i cosiddetti pannelli non regolari, non autorizzati e sui quali lo Stato non guadagna, sono delle scommesse gestite direttamente dalla criminalità organizzata. E sono quelle che purtroppo attraggono moltissimo gli scommettitori. Quindi, è chiaro che la mafia trapanese, benché rispetto a quella palermitana sia storicamente una mafia più legata all’agricoltura, alla pastorizia, ovviamente, investe massicciamente anche in quel settore. Sulla mafia trapanese le indagini sono pesantemente influenzate dal fatto che c’è una priorità assoluta: la cattura del latitante Matteo Messina Denaro. Ovviamente. Mentre le indagini a Palermo sono un po’ più libere da questo condizionamento, a Trapani lo sono molto meno perché, ripeto, il target, l’obiettivo numero uno è quello della cattura del latitante. Quindi, questo rende paradossalmente più difficile le indagini di mafia rispetto a quelle che possono essere svolte nella provincia di Palermo.

Il 19 luglio, in occasione del 27° anniversario della strage di Via D’Amelio, sono stati desecretati dalla commissione antimafia gli atti contenenti le dichiarazioni dell’allora procuratore di Marsala, Paolo Borsellino, e anche dei suoi colleghi, tra cui il procuratore di Trapani. In queste dichiarazioni si sottolineavano l’isolamento e la carenza di personale nelle forze dell’ordine e nella magistratura. È una circostanza ancora presente?

La creazione della Direzione Distrettuale Antimafia ha sostanzialmente di gran lunga potenziato il contrasto alla criminalità organizzata in Sicilia. Quindi, diciamo che dal punto di vista funzionale, organizzativo, rispetto a quei tempi c’è assolutamente un controllo centrale, distrettuale delle indagini. Tanto è vero che la Direzione Distrettuale Antimafia non fa solamente indagini sulla criminalità organizzata, ma le fa tutte. Rispetto ai tempi denunciati da Borsellino sono davvero passati trent’anni e, quindi, siamo in un’altra era delle indagini, in un’altra epoca. Quello, purtroppo, con cui dobbiamo fare ancora i conti è la carenza di personale, di mezzi. Queste sono scelte della politica. Spetta alla politica investire più o meno massicciamente nel contrasto alla criminalità organizzata, dandoci uomini, mezzi e tutto quello di cui abbiamo bisogno per fare bene le indagini. Parlo come ex componente della Direzione Distrettuale Antimafia. Le apparecchiature più sofisticate per fare le intercettazioni, l’autorità giudiziaria le deve affittare. Non sono di proprietà dello Stato o delle forze dell’ordine. Affittare cosa significa? Significa che ci vuole personale tecnico che non appartiene alle forze dell’ordine, che gestisce attività delicatissime.

Molto rischioso…

Molto rischioso, sì. Anche per aprire una porta blindata, molto spesso dobbiamo ricorrere a ditte esterne. Quindi, pagare l’aereo a questo signore che viene da Milano, il quale viene, apre la porta per permettere poi l’installazione di microspie all’interno di appartamenti. Ho detto questo per farle capire che ci vogliono massicce risorse economiche per il contrasto alla criminalità. E questo, le ripeto, rispetto a quanto denunciato dal povero Borsellino, sono passati davvero tanti anni per nostra fortuna.

Tra i problemi della Sicilia Occidentale, evidenziati da Borsellino in quel periodo, vi erano la corruzione e i rapporti mafia-politica. Su queste questioni, queste connivenze, si sono fatti passi in avanti?

Questa, purtroppo, è la chiave del contrasto alla corruzione e alla criminalità organizzata. I rapporti tra mafia e politica ci sono sempre stati. È un rapporto di reciproca convenienza, purtroppo. Come è stato segnalato, osservato in passato, non mi ricordo chi lo ha detto, ora è più spesso la politica che cerca la mafia e non viceversa. Il politico cerca qualcuno che possa garantirgli un pacchetto consistente di voti. Ed ecco perché ci sono stati tutti quegli interventi di modifica dell’articolo 416 ter del codice penale: lo scambio elettorale politico-mafioso. Sono sempre dettati, nell’intenzione del legislatore, dal contrastare quei fenomeni, quella zona grigia di cui parlavo pocanzi, che non sempre rientrano nell’alveo del 416 bis, anche del concorso esterno: questi patti illeciti fra il candidato politico, o il politico già eletto, e l’esponente della criminalità organizzata. A me colpisce e preoccupa molto di più un altro aspetto, vale a dire quando il professionista, il cittadino si rivolge allo “zio”, al boss del rione, del quartiere, del paese, della città per risolvere un problema. E di questo, nelle più recenti indagini della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, c’è stata purtroppo conferma.

La cultura mafiosa.

Se noi deleghiamo a questi soggetti l’amministrazione della giustizia, non faremo mai passi avanti. C’è troppa gente ancora che per esigere un credito o per risolvere un problema, invece che ad un avvocato, alla giustizia ordinaria, civile, si rivolge al boss di quartiere, del rione o della cittadina. Troppa. Ecco, su questo bisogna ancora tanto lavorare, ma tanto, tanto e tanto.

Nel corso della sua carriera si è occupato appunto della lotta all’organizzazione mafiosa in questo territorio. Tra le operazioni da lei seguite, vi è anche “Freezer” che ha condotto in carcere i vertici di Cosa Nostra di Alcamo. Il controllo della mafia alcamese è tuttora attivo?

Purtroppo, è sempre molto, molto attivo. Non parlo di “Freezer” perché la sentenza non è definitiva. L’ho seguita fino al primo grado perché poi sono andato via da Palermo. Credo che c’è stato ultimamente l’appello. Purtroppo, la mafia è ancora molto, molto presente. Influenza tutta la vita economica-imprenditoriale cittadina. Non ci sono denunce relative al pagamento del pizzo da parte delle aziende, dei negozi. Ecco, questa è un’altra grossa differenza con Palermo. A Palermo, qualcuno che denuncia c’è, c’è stato. C’è stato il fenomeno di Addio Pizzo a cui hanno aderito tantissimi negozianti. E a Palermo qualcuno ha cominciato a capire che è troppo rischioso chiedere sistematicamente il pizzo perché basta che un esattore si penta e ovviamente fa arrestare un sacco di persone. Qualcuno degli esponenti della criminalità organizzata di tipo mafioso, palermitano, questo lo ha capito. Esigere il pizzo a tappetto è un’operazione molto più rischiosa. È molto più conveniente un passaggio di mano di un kg di cocaina, per esempio, che porta nelle casse dell’organizzazione decine e decine di migliaia di euro. Un chilo soltanto di cocaina. Molto più conveniente, molto meno rischioso per tutta l’organizzazione. Alcamo è ancora pesantemente influenzata, ripeto. Abbiamo arrestato per l’ennesima volta un esponente del clan Melodia (Ignazio, ndr). Ma quello che mi ha preoccupato molto invece è la posizione di altro soggetto, di cui non farò il nome perché ancora non è stato condannato con sentenza definitiva (Giuseppe Di Giovanni, ndr), il quale accompagnava il Melodia in tutti i suoi spostamenti ed era veramente intriso di quel tipo di subcultura mafiosa. Si comportava così nella sua vita privata, con la sua fidanzata, e via di questo passo. Quando si è trovato arrestato, con un’ordinanza di custodia cautelare in carcere con un’accusa gravissima, quella di associazione mafiosa secca, cioè non concorso esterno, ha cercato di difendersi dicendo che lui è un tipo così, che fa un po’ lo sbruffoncello e compagnia bella. In realtà, la sua condotta era veramente ascrivibile pienamente alla condotta di una associato di tipo mafioso. Era una persona che non aveva una tradizione familiare, di appartenenza. Una persona che era stata attratta, diciamo così, da questi sub valori di tipo mafioso. Il Melodia poteva contare su una fitta rete di aiuti, di protezione. L’operazione si chiama Freezer perché si incontrava nella cella frigorifera di un fruttivendolo, il cui titolare è stato arrestato e condannato (Filippo Cracchiolo, ndr), sentendosi al sicuro. E gestiva tutto: i lavori di rifacimento delle strade, fra Alcamo e Alcamo Marina. Lo faceva all’antica. Cioè, passando c’era un cartello con i lavori di ristrutturazione, lui vedeva l’importo dei lavori e del famoso 3% che doveva essere versato alle casse dell’organizzazione. Poi, magari, c’erano problemi di rapporti “territoriali” tra la mafia alcamese e quella di Castellammare, e questo creava una serie di situazioni. Ma ciò che, purtroppo, ho notato, ripeto, è l’assoluta mancanza di denuncia da parte degli imprenditori vessati.

Lo scandalo CSM ha indebolito la credibilità della magistratura. Siete preoccupati?

Parlo mal volentieri di questo. Siamo, ovviamente, tutti preoccupati, a dir poco. Siamo sgomenti per quello che abbiamo letto e che leggiamo sui giornali. Quello che ci preoccupa molto di più è la perdita di credibilità della magistratura intera. Io di questo ne sono affranto, non riesco a trovare altre parole. La perdita di credibilità della magistratura agli occhi dei cittadini è qualche cosa di fortemente negativo in una sana democrazia. Verrà accertato, chi ha sbagliato pagherà. Queste sono cose scontate. Ma, ripeto, siamo davvero tutti addolorati. Il coinvolgimento peraltro di colleghi che conosciamo, stimati e di altissimi vertici della magistratura, come quello del procuratore generale presso la Corte di Cassazione (Riccardo Fuzio, ndr), è una cosa che, non riesco a usare altri termini, ci addolora.

L’impegno nella resistenza alla criminalità organizzata non si esaurisce nelle sue funzioni giudiziarie quotidiane, ma anche attraverso la presenza, oramai da diverse anni, nelle scuole per portare la testimonianza del lavoro della giustizia, per l’appunto. Qual è il messaggio più ricorrente che lei rivolge ai giovani?

Innanzitutto, io vado quando mi invitano e lo faccio sempre con enorme piacere, soprattutto, devo dire, nei licei, perché forse alle scuole medie sono ancora troppo bambini per capire determinati messaggi. Vado per cercare di ribadire quello che ho detto pure poc’anzi, cioè di evitare di farsi affascinare da scorciatoie. Può sembrare retorica, ma noi dobbiamo contare molto sui più giovani. Io ho due figli, una in età di università e una fa il liceo, quindi, ho un contatto diretto quotidiano con queste giovani menti. Penso che gli insegnanti debbano fare molto, moltissimo, per trasmettere questi valori. Quello che dico più spesso è che il nostro impegno non deve esaurirsi il 23 maggio, il 19 luglio o in altre date, perché i nostri morti sono tantissimi, nella nascita di uno striscione. La legalità deve essere un qualcosa che abbracciamo quotidianamente, ogni giorno, in tutte le fasce orarie della nostra giornata, ma non farlo in maniera bigotta. Chi di noi non ha preso una multa perché posteggiato dove non poteva o un eccesso di velocità o qualunque altra piccola mancanza? Deve essere il rifiuto di una mentalità tesa alla sopraffazione degli altri. Ecco, Palermo, purtroppo, è una città dove la prepotenza, l’arroganza si respira nell’area ogni giorno. In alcune cittadine della provincia di Trapani questo lo vedo molto meglio. A Palermo basta uno sguardo di troppo al semaforo, ad un vicino di macchina, per sentirsi offendere in maniera pesante. Qui, non so. Mi auguro che non sia così. Non mi è mai capitato. Il messaggio che voglio passare ai giovani è questo: cercare di abbracciare in toto la cultura della legalità. Veramente, a 360 gradi. Non limitarsi a partecipare a una marcia ogni tanto. Se ci rubano una bicicletta, non ci rivolgiamo, come ho detto poco fa, a qualcuno che ce la faccia ritrovare. Andiamo a fare denuncia, con fiducia alla polizia e ai carabinieri. Perché la legalità ha un costo per tutti. Non è che dobbiamo pensare “Quelli sono morti ammazzati, il costo l’hanno pagato tutto quanto loro”. No. La legalità la dobbiamo pagare, se c’è da pagare un costo, tutti noi. Dobbiamo lasciare veramente un mondo migliore ai nostri figli e impegnarci e spenderci ogni giorno. Quindi, ribellarci a quelle forme di sopraffazione. Non accettarle o addirittura cercare di imitarle. Dico sempre una cosa, sotto casa mia c’è una zona di rimozione che vieta il posteggio a tre macchine. Non c’è modo di tenerla pulita, cioè che qualcuno la rispetti, perché di fronte c’è il bar e il palermitano deve andarsi a prendere il caffè al bar. Non c’è modo di tenerla pulita perché abbiamo una sorta di rifiuto mentale per tutto ciò che è il rispetto dell’ordine, della disciplina, della legge. E questo a Palermo è diffusissimo. Qua ci vorranno, mi dispiace doverlo dire, ma veramente non so quante generazioni per migliorare da questo punto di vista e lo dico con enorme dispiacere perché io, non sono nato a Palermo, ma ho sempre vissuto, studiato e lavorato a Palermo fino a sei mesi fa, e lo dico con tanto tanto dolore. Non è possibile ad esempio che si riesca, parlo da palermitano, a fare la raccolta differenziata in città. Se lei vede le campane per la raccolta del vetro a Palermo, alla base è pieno di sacchetti dell’immondizia che qualcuno, non volendo rispettare i turni, butta là sotto. Tanto qualcuno la prenderà. Nelle migliori delle ipotesi sono sacchetti. Io ho visto materassi, tazze di water divelte e messe là. Fino a quando ci saranno dei criminali incivili che si comportano in questa maniera, la nostra città non sarà mai una città di livello europeo. Io ho visto con i miei occhi, il martedì a Palermo attraccano sempre le navi da crociera, flotte di turisti scendere dalle navi e con la macchinetta fotografica. La prima cosa da fotografare è la montagna di immondizia che c’è di fronte al porto. Questa è una cosa di cui da palermitano mi dispiaccio, da cittadino mi indigno.

Lei è anche uno scrittore, come è nata questa esperienza? Sta pensando di lavorare ad un prossimo racconto thriller?

Ne ho scritti già due per la Leima Edizioni. È nata in un momento di rabbia perché, parlo di tanti anni fa, nel 2013 ci fu un momento in cui il mio collaboratore andò in malattia e non si riuscì a sostituirlo. Iniziai una serie di polemiche con l’allora procuratore, con i dirigenti amministrativi della Procura di Palermo, fino a quando capii che non c’era modo di risolverlo. Fui invitato sostanzialmente ad andare in ufficio per fare udienze, praticamente per non rompere le scatole, e in un momento di rabbia cominciai a buttare le prime righe del mio primo romanzo. È un qualcosa che mi frullava in testa da tempo. Ho creato questo personaggio, questo antieroe, un pm. L’ho chiamato Fabio De Falco (molti miei colleghi si chiamo De Falco ma non Fabio), molto sopra le righe, che vuole assolutamente vedersi sui giornali. Il primo libro ha a che fare con qualcosa di enorme: la scomparsa di un aereo su cui viaggiava il presidente del Senato. Il secondo, invece, con un serial killer che aveva ucciso a due a due una serie di criminali a Palermo. Ne ho già scritto un terzo che verrà pubblicato a breve. È un momento di fuga dalla realtà. Mi piace scrivere in maniera molto diversa da come scriviamo ogni giorno. Quindi, è una sfida doppia: quella di avere creato non il solito magistrato eroe, così ligio al dovere, ma un personaggio che incarna tanti difetti del magistrato, di tanti magistrati me compreso ovviamente; e quella di scrivere in una maniera diversa senza utilizzare quell’orribile “giuridichese” che siamo costretti a usare ogni giorno. Una forma di divertimento. Le posso dire che vedere il proprio libro in libreria è stato più emozionante, più bello di leggere il proprio nome sui giornali in seguito a un’inchiesta, e rende decisamente orgogliosi.

Linda Ferrara

 

redazione

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