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Autarchia musicale  

Dicono che sia arrivato il momento di sostenere la musica italiana, penalizzata dall’invasione globale degli artisti internazionali, pompati da lobbies ed elites. Dicono che la strada maestra per tutelare la tradizione melodica del Bel Paese sia quella di obbligare le radio a programmare un brano italiano ogni tre. Dimenticano, probabilmente, che siamo un Paese che esporta musica e arte da secoli e che se il resto del mondo ci ricambiasse con la stessa moneta ci ritroveremmo di fronte a uno scenario decisamente poco conveniente per la nostra cultura: gli altri governi europei potrebbero, ad esempio, decidere di limitare l’esecuzione di opere liriche italiane nei propri teatri, Andrea Bocelli o i giovani tenori de Il Volo ridurrebbero notevolmente le proprie esibizioni internazionali, così come Laura Pausini o Eros Ramazzotti in America Latina, mentre la Russia potrebbe studiare nuove misure restrittive per ridimensionare le performance dei Ricchi e Poveri o Al Bano.

Come avviene da un po’ di anni a questa parte, chi lancia nuove proposte di legge conserva spesso il vizio di concentrarsi su un singolo aspetto di una problematica più articolata. A riguardo, appare paradossale che mentre si vorrebbe imporre alle radio italiane una programmazione sovranista, non si tenga conto che la tutela della nostra tradizione musicale dovrebbe passare da ben altri provvedimenti. Anzitutto dalla scuola, dove l’insegnamento di quel che un tempo si chiamava “educazione musicale” è affidato prevalentemente a progetti mirati, che non coinvolgono l’intera popolazione studentesca. Se si volesse davvero sostenere la nostra musica, si dovrebbe partire esattamente dallo studio dei nostri maggiori autori, esattamente come si fa per i grandi letterati o i filosofi (e si dovrebbe fare anche con il cinema o il teatro). Contestualmente, si dovrebbe consentire ad ogni studente di conoscere almeno uno strumento musicale.

Al di là della scuola, poi, occorrerebbe intervenire a supporto dei musicisti che con grande fatica cercano di proporre la propria arte nei teatri o nei locali privati. Chi suona, oggi, si ritrova a fare i conti con limitazioni continue (sugli strumenti da utilizzare, i generi musicali da eseguire o gli orari delle emissioni sonore…) e con la difficoltà a trovare mecenati che scommettano sulla loro opera. Anche per gli organizzatori di eventi musicali (e culturali, in genere) i tempi non sono certamente favorevoli: le pubbliche amministrazioni hanno ridotto all’osso gli investimenti sulle politiche culturali, così come gli sponsor privati. Non diminuiscono invece le spese, che vanno dall’affitto dei teatri, alla pulizia e ai diritti Siae, senza dimenticare (per i contesti più grandi) i costi sulla sicurezza legati ai controlli effettuati dai vigili del fuoco e un minimo di promozione, affidata sempre più al passaparola e ai social. Infine, c’è la burocrazia, che sovente costringe il musicista a interminabili anticamere negli uffici pubblici nella speranza di trovare interlocutori che abbiano un minimo rispetto per la loro arte. Come si vede, se ci fosse davvero la volontà di aiutare uno dei settori più importanti della nostra cultura, gli spunti su cui intervenire non mancherebbero di certo.

L’impressione, però, è che i sostenitori dell’autarchia musicale partano da riflessioni molto più vicine a coloro che vogliono chiudere i porti ai migranti nella convinzione che sia in atto un’invasione colonialista. E allora teniamole aperte, le nostre frequenze. Che la buona musica non ha mai fatto male a nessuno.

Vincenzo Figlioli

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