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Trapani riprenda la sua vocazione di accoglienza

Alcune settimane fa (esattamente il 2 settembre c.a.), per interessamento di alcune Associazioni, sensibili al problema della fratellanza fra i popoli, alla Diocesi e all’Amministrazione comunale retta da Giacomo Tranchida, è stato celebrato nel Centro storico di Trapani un pomeriggio per “Un Mediterraneo di pace”. 1500 persone circa hanno partecipato e assaggiato i vari tipi di couscous che le diverse etnie hanno preparato, ognuno a modo loro, per una convivenza pacifica e solidale.
Trapani, dalle diverse poliedriche sfaccettature, ideologiche, politiche e sociali, è proiettata naturalmente (anche con la sua forma allungata sul mare, quasi a volersi occupare e penetrare nel vissuto del tempo e dello spazio, oltre che di popoli diversi) nel Mediterraneo, ed è candidata, da sempre, ad avere una interlocuzione privilegiata con i popoli rivieraschi che si affacciano sul Mare Nostrum. “Da sempre”, poiché Trapani e la sua provincia è stata storicamente ricettacolo di popolazioni diverse che nel corso dei secoli si sono succeduti, valorizzando questo territorio e apportandovi una ricchezza culturale incommensurabile.
La sua capacità di accoglienza e di dialogo è stata, da sempre, proverbiale e non solo con le parole ma con i fatti. E questo, come scrivevamo, non solo ha una connotazione recente ma si estende nel tempo. Enea mitologicamente vi approdò, come i popoli, appartenenti alle tre grandi Religioni monoteiste, Ebrei, Cattolici e Musulmani, vi posero le loro basi.
Se ci fosse bisogno di ulteriori dimostrazioni, queste li troviamo nel rosone della Chiesa, oggi detta, di Sant’Agostino. Originariamente fu, infatti, cappella dei Cavalieri Templari (a. 1101), dedicata a San Giovanni Battista; con il discioglimento dell’Ordine, nel 1312, Federico III d’Aragona l’affidò ai padri Agostiniani che la ristrutturarono secondo l’architettura gotico-sicula. Dell’assetto originario rimane la facciata con il suo ampio rosone in stile chiaromontano del XIV secolo (nella foto di copertina, ndr).
Quello che ci interessa è quest’ultimo. Vi osserviamo architettonicamente un articolato intreccio di colonnine che portano verso l’Agnello, posto al centro, quale messaggio cristologico di quel Gesù da cui parte spontaneamente l’Incarnazione e ricapitola a Sé la creazione tutta (San Paolo). È interessante il linguaggio figurativo che si manifesta nella presenza dei simboli delle tre Religioni cosiddette “del Libro”: le stelle di Davide, ebraiche, le gelosie con traforazioni arabe e l’Agnello di Dio al centro; “Il tutto – dicono gli esperti – incastonato nel motivo a vesica piscis (vescica di pesce) e decorato con elementi fitoformi che richiamano il paradiso terrestre, simboli tipicamente cristiani”. Dal centro si dipartono, poi, dodici colonne, a simboleggiare “le ere astrologiche, rendendo i rosoni dei giganteschi calendari in cui ogni quadrante rappresenta una di esse” ma anche, a mio avviso, le dodici tribù d’Israele e le dodici colonne della Chiesa che sono gli Apostoli. Un aspetto che mi preme sottolineare è il dinamismo che ne viene fuori da questa meraviglia architettonica, quasi a indicare e stimolare una ricerca comune e a salvaguardare in questo cerchio la perfezione e l’armonia del cosmo in un linguaggio continuo di unione per una pacifica convivenza, in questo luogo paradisiaco, affidato da Dio all’uomo.
A sigillo di ciò abbiamo il rosone della chiesa della Matrice di Erice che, anche se costruito nel 1954, richiama gli stessi simboli di quello di Sant’Agostino a Trapani.
Trapani non si è fermata a questo dialogo e anche se, per motivi storici, sia gli ebrei e sia i musulmani non sono stati presenti sul territorio, oggi, con la presenza di popolazioni straniere per etnia e religioni diverse, è chiamata a continuare la sua mission in Italia e nel mondo. Deve farsi carico di aprire le sue braccia per accogliere chi, in questo momento, ha bisogno di noi. E questo non per motivazioni ideologiche ma perché è dovere di ogni uomo, in qualsiasi luogo e tempo, rendersi disponibile a chi per qualsivoglia motivo è costretto a fuggire dalla propria terra per trovare rifugio e prospettive di vita migliore.
Sulle modalità d’intervento, locale e nazionale, ci richiamiamo al senso del “buon padre di famiglia”, lasciando ai politici di trovare le soluzioni ottimali. Sulle azioni da intraprendere nei luoghi di partenza e intermedi, rimandiamo a una successiva analisi.

Salvatore Agueci

redazione

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