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L’urgenza dell’europeismo

Snobbate per anni, soprattutto dai partiti italiani, che ne hanno fatto una sorta di cimitero per gli elefanti o di collezione di figurine del jet set (da Iva Zanicchi a Enrico Montesano, per intenderci), le elezioni europee del 2019 rischiano di diventare un vero e proprio appuntamento con la storia.

A confermare questa sensazione, diffusa da mesi tra le segreterie politiche europee, è l’esito dell’incontro di Helsinki tra Trump e Putin, che ha definitivamente sancito il disgelo tra le due superpotenze, archiviando quel che restava delle tensioni dell’era Obama e del “Russia Gate”.

Diversi per storia e cultura, americani e russi si sono ritrovati d’accordo ogni qual volta hanno individuato un interesse da perseguire o un avversario comune. Oggi più che mai, appare chiaro che Trump e Putin intendono utilizzare tutti gli sforzi possibili per abbattere economicamente e politicamente l’Unione Europea. Il presidente statunitense sta curando la strategia apparentemente più visibile, mettendo in atto una vera e propria guerra commerciale che gli europei non potranno certo combattere boicottando Levi’s o Harley Davidson. Il leader russo, formatosi nelle file del Kgb, sta invece verosimilmente lavorando in maniera più sotterranea, sostenendo i progetti politici di tutti quei partiti sovranisti che stanno facendo la guerra all’Unione dall’interno. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: dalla Brexit in poi le tornate elettorali nazionali sono diventate una vera e propria agonia per i partiti storici, lasciando spazio a movimenti populisti, xenofobi o fortemente contestatori nei confronti del cosiddetto apparato.

Sia chiaro: i leader europei hanno grosse responsabilità nella situazione attuale, per essersi mostrati spesso incapaci di andare al di là di rigide logiche monetarie nella costruzione di una comunità coesa di Stati, tuttora appare lontana da quell’idea di comunità di popoli che caratterizzava il Manifesto di Ventotene. Altrettanto spesso, i leader dei Paesi membri si sono mostrati inadeguati di fronte alle sfide internazionali (dal Medio Oriente, alla “primavera araba”, fino ai flussi migratori degli ultimi anni), affrontate secondo una logica frammentaria e incoerente. Al di là delle antipatie suscitate da Macron o dalla Merkel, occorrerebbe tuttavia comprendere che il nemico, oggi, più che mai, sta altrove.

A meno che qualcuno non coltivi il sogno di trasformare il proprio Paese in una colonia russa o americana, come se le lancette della Storia ci avessero riportati indietro al 1945. Proprio in quegli anni, del resto, in Sicilia c’era chi anelava a fare della nostra isola il 49° Stato americano (oggi sarebbe il 51°). Erano i cosiddetti “autonomisti” del Partito della Ricostruzione e del Movimento Indipendentisti Siciliano, di cui si scoprirono successivamente i legami con Cosa Nostra. Com’è noto non se ne fece nulla (se si eccettua il proliferare delle basi Nato sul territorio isolano), ma si crearono le condizioni per il riconoscimento dello Statuto Autonomo, rivelatosi un clamoroso fallimento. Ma questa, naturalmente, è un’altra storia.

Vincenzo Figlioli

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