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Governo all’italiana

Se dieci anni fa qualcuno avesse detto a un elettore del Pd che il suo partito sarebbe stato una legislatura al governo con Angelino Alfano e Denis Verdini, come minimo avrebbe pensato a uno scherzo di cattivo gusto. Se lo stesso “qualcuno” avesse detto pochi mesi fa a un elettore meridionale dei 5 Stelle che il suo amato movimento avrebbe formato un governo con la Lega, è facile immaginare che sarebbe stato mandato a quel Paese senza tanti giri di parole.

Il fatto è che la politica è cambiata molto più rapidamente di quanto avremmo immaginato in questi anni, autorizzando alleanze in passato improponibili. Le vecchie contrapposizioni tra destra e sinistra hanno lasciato il posto a una nuova dicotomia che vede opposti “i paladini del popolo e quelli delle elites” (per citare Matteo Salvini) o “quelli che hanno firmato il Patto del Nazareno e quelli che non lo hanno firmato” (per citare Di Maio). E’ un passaggio che fa parte delle dinamiche democratiche o sta iniziando una mutazione genetica del concetto stesso di democrazia che porterà all’affermazione di nuove forme di governo? Il dibattito è in corso da alcuni anni un po’ in tutto il cosiddetto “mondo occidentale”, senza che però si sia riusciti a trovare una lettura convincente di quanto sta accadendo.

L’impressione è che l’Italia sia sempre una realtà a parte, in cui non fa che ripetersi ad ogni giro di giostra una pratica che è avvenuta con l’inizio dell’unità nazionale: il trasformismo. Così, il più lontano degli avversari può diventare, nel giro di poche settimane, un affidabile alleato, naturalmente in nome “del supremo interesse nazionale” o – per citare Machiavelli – della “ragion di Stato”. Vero è che in tutta Europa sono nati in questi anni governi che hanno messo assieme avversari storici per la necessità di formare maggioranze parlamentari numericamente solide a fronte della crisi dei partiti tradizionali. Ma un governo “di larghe intese” in Germania lascia pensare a un accordo tra gentiluomini, mentre un “contratto” o un “patto” all’italiana lasciano pensare a un’intesa in cui da un lato c’è quello che viene detto pubblicamente e, dall’altro, quello che resta nelle segrete stanze e che (nella migliore delle ipotesi) viene fuori solo qualche tempo dopo.

E allora il nostro presente sembra somigliare ancora una volta a un romanzo di Giancarlo De Cataldo o dei Wu Ming, in cui uomini e donne che nell’album di famiglia del potere italiano occuperebbero ruoli apparentemente secondari stanno verosimilmente già decidendo come giocarsi una nuova partita, fatta di interessi privati, archivi segreti e verità indicibili.

Vincenzo Figlioli

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