Categorie: Sillabario

In memoria del “compagno” Vinci

Sono andato a rendere l’ultimo, doloroso e sentito, saluto a Vincenzo Vinci, figura storica della sinistra marsalese, da tutti meglio conosciuto con il nobile appellativo “compagno”.

Grazie a Giovanni Gaudino, tra i pochissimi amici a restargli vicino fino alla fine, ho appreso della sua morte e con queste mie povere parole intendo ricordarlo attraverso i rapporti che ho avuto con lui, fin dai primi anni ’90. Ricordo al quale, su sua espressa richiesta, si unisce il caro amico Nino Contiliano che non ha potuto partecipare alle esequie perché fuori sede per motivi di salute.

Mi sono prima recato al Palazzo VII Aprile, che ha aperto la sede del Parlamento cittadino grazie alla richiesta del consigliere Daniele Nuccio, cui ha aderito il Presidente Vincenzo Sturiano e poi, insieme ad altri amici, ho seguito il feretro nella Chiesa Madre della nostra città.

Il “compagno” Vinci era un uomo di straordinaria coerenza morale e politica, comunista nel senso più puro del termine: metteva tutta la sua passione civile a favore della comunità senza mai rinunciare al pensiero libero, critico, a volte irriverente, ma sempre costruttivo.

Uomo elegante nel portamento, nell’abbigliamento e nei rapporti con l’altro, il “compagno” Vinci, come tutte le persone di viva intelligenza, era dotato di una inesauribile carica ironica, anche nei confronti di se stesso. Fiutava con gli occhi e con la mente i suoi interlocutori cui concedere di entrare, sia pure per poco, nel suo mondo e non lesinava mai vibranti critiche nei confronti di chiunque andasse ad ascoltare nei dibattiti pubblici, indipendentemente dalla carica rivestita.

Era un uomo schietto, diretto, onesto fino al midollo, senza peli sulla lingua, a volte dai toni beffardi e allegorici, ma pur sempre basati un’indissolubile intransigenza morale.

Lo vedevo come un novello Diogene di Sinope, il filosofo, uno dei fondatori della scuola cinica, nato nel 412 a.c., che viveva spesso in solitudine e di cui è celebre l’aneddoto che lo vede interloquire con Alessandro Magno. Quest’ultimo, chiedendogli cosa potesse fare per lui, ricevette come risposta di scostarsi dal sole per fargli godere dei suoi benefici raggi. E Alessandro, colpito da quest’uomo che, sebbene non godesse di alcun bene materiale, disprezzava ogni ricchezza, gli rispose: se non fossi Alessandro, vorrei essere Diogene.

Non so se il “ compagno” Vinci fosse credente, non avevamo mai affrontato l’argomento nei nostri dialoghi in cui si discettava della crisi della sinistra e del disastro della politica regionale e locale, ma non ho trovato fuori luogo il suo ricordo in Chiesa.

In fondo, la sua vita è stata spesa per il bene altrui, senza che ne ricevesse alcun tornaconto personale, si cibava di sogni e utopie sociali. Era un autentico rivoluzionario, il nostro “compagno” Vinci, e la sua vita destava scandalo, costituendo uno specchio incapace di mentire per coloro che, soltanto a parole, dicevano di avere gli altri dentro sé. Uno scandalo, come quello della Croce, nel suo senso laica e comunista, di uomo sempre giovane nonostante l’età avanzata, ad ulteriore testimonianza che chi continua a sognare che la felicità è un bene collettivo, non invecchia mai.

Non so quali insegnamenti lascerà alla città lilibetana, né se avrà eredi politici. Ognuno di noi, in fondo, purtroppo o per fortuna, è unico e irripetibile ma , di certo, toccherà a noi che continueremo a calpestare la sua terra, il compito di non affievolirne il ricordo attraverso il suo fulgido esempio. Quello di un uomo che ha sublimato il senso della vita, l’unico che vale la pena di onorare: l’amore per il prossimo.

Fabio D’Anna

redazione

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