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La cultura, le sue politiche e la funzione sociale del teatro

Cos’è la cultura, termine inflazionato nell’uso e poco conosciuto nella sua essenza? Quali sono le politiche culturali di un territorio che rispecchiano la sua intima natura? E che ruolo può avere, in questa cornice di riferimento, il teatro? Vi è un significato individuale e uno collettivo del termine. Nel primo caso si fa riferimento al complesso delle conoscenze intellettuali e delle nozioni, acquisite attraverso lo studio e l’esperienza, che contribuisce alla formazione della personalità. Nel secondo caso, alle pratiche e conoscenze collettive di una società o di un gruppo sociale. La cultura è, pertanto, un concetto composito, fatto di vasi comunicanti, in cui l’individuo e la società in cui vive si completano a vicenda.

Cultura, pertanto, è tutta l’attività di governo della polis, dal modo di organizzare la viabilità, allo sfruttamento dei rifiuti, dalle politiche verso gli anziani, i disagiati e le minoranze di ogni tipo, dal processo di partecipazione dei cittadini alla vita pubblica all’accoglienza dei turisti, e tanto altro ancora. Sotto questo profilo, avendo chiari questi concetti, un assessorato o un ministero alla cultura non avrebbero ragione d’essere.

E’ parimenti vero che per cultura – da distinguere dall’erudizione che si riferisce ad un accumulo acritico di conoscenze – s’intende anche il complesso delle attività artistiche che si realizzano all’interno della società in una determinata epoca. Tutto, quindi, è così cultura e nulla può esserlo, a dispetto del vestito istituzionale che s’indossa.

In tale universo composito, quale funzione svolge il teatro? Sappiamo che il teatro nel mondo occidentale nasce nell’antica Grecia, in cui non era soltanto uno spettacolo, ma un rito collettivo con funzioni catartiche di purificazione, essendo deputato a rappresentare l’inconscio umano. Il teatro era così importante che si istituì il theoricon, cioè un sussidio messo a disposizione dei meno abbienti per accedere in teatro.

Sin dalla sua nascita, il teatro aveva un’essenziale funzione sociale che rispondeva all’innato bisogno degli uomini del desiderio mimetico, del gioco, della narrazione di storie e della critica, anche feroce, di uno status socio-politico senza il timore di riceverne una punizione, e infine al piacere sottostante alla trasformazione dell’attore. Nonostante il passare del tempo e dei processi sociali, il teatro non cessa, almeno in via di principio, di avere un ruolo precipuo nello sviluppo della coscienza sociale. Per non svilirne il senso autentico occorre che questa forma d’arte comprenda oltre la funzione ricreativa, quella psicologica, educativa ed estetica, anche la funzione sociale e politica, forse la più importante di tutte, perché attiene alla rappresentazione della società in cui va in scena. E ciò riguarda ogni forma di teatro; quello laico ed epico, quello brechtiano e quello delle masse. Il teatro, lavorando con l’uomo, è la forma più comunicativa dell’arte. Brecht diceva che il teatro non può cambiare il mondo, ma può cambiare gli spettatori e questi, se lo vogliono, possono cambiare il mondo. Esiste ancora una funzione sociale e politica del teatro, o è diventato un fenomeno d’élite? Riesce a parlare a un pubblico vasto ed eterogeneo, ai giovani, o si rivolge alle nicchie autoreferenziali?

Se i giovani, o le classi meno abbienti vanno poco a teatro, di chi è la responsabilità? E’ un dibattito non nuovo, come quello che investe la crisi del romanzo e del cinema, ma approfondirne, sia pure sommariamente, le ragioni può aiutarci a capire come affrontare una scelta politica culturale basata sul teatro, come sembra volere fare l’amministrazione comunale marsalese.

Nell’ampia crisi culturale del Paese, il teatro non sempre è riuscito a penetrare i settori sociali che se ne allontanavano e spesso ha finito per parlarsi addosso. Per recuperare la funzione sociale del teatro, pertanto, bisogna ripartire dagli artisti. E se s’intende attuare una politica radicata nel territorio, è dalle realtà locali che bisogna partire, non dalle celebrità che mostrano un Verbo irraggiungibile alla generalità delle persone. Occorre recuperare un linguaggio in grado di coinvolgere il pubblico non specializzato. Altrimenti la funzione sociale del teatro è inesistente! Se vogliamo che con il teatro si aiuti a pensare, a immaginare un mondo diverso da come appare, a stimolare uno sguardo critico sul mondo, non si può prescindere dal capire dove siamo, e con chi ci troviamo a operare. In tale perimetro di riferimento, ospitare una o più rassegne teatrali costose che discendono dall’alto, senza un reale processo di condivisione sul senso dell’operazione culturale che s’intende attuare, è solo un costoso rito narcisistico. Questi ragionamenti, sintetici e semplici, che ogni operatore socio-politico intento a promuovere il teatro dovrebbe conoscere approfonditamente, conducono ad affermare che senza spettatori il teatro non esiste. L’investimento politico sulla formazione di un nuovo pubblico deve essere a fondamento di ogni promozione teatrale.

Il teatro, se non avvicina le persone, non ha alcuna funzione sociale, deve farle incontrare, poiché com’è stato scritto efficacemente, al teatro puoi togliere tutto: le luci, la scenografia, i costumi, ma rimane tale soltanto se vi sono lo spettatore e l’attore. E se lo spettatore non va al teatro, è questo che deve cercarlo, andando in scena nei luoghi in cui la gente vive.

L’attuale amministrazione comunale, ha inaugurato lo scorso anno una rassegna teatrale, affidandone le redini al noto intellettuale Moni Ovadia, che smista degli spettacoli facendoli transitare da Marsala. La rassegna nel primo anno ha avuto luci e ombre registrando una scarsa affluenza di spettatori e una notevole perdita economica. Il progetto originario prevedeva una collaborazione attiva degli artisti locali – che si erano riuniti in un Cantiere – allo scopo di realizzare uno scambio proficuo tra esperienze marsalesi e quelle provenienti da altre realtà. L’auspicato coinvolgimento, in realtà, poi non si è verificato per vari motivi.

Quest’anno la rassegna è iniziata con uno spettacolo classico, di grande richiamo per la bravura degli attori, ma che, a causa di un’inadeguata pubblicizzazione e degli alti prezzi(le poltrone costano da 20 a 25 euro a persona) ha richiamato soltanto 190 spettatori, compresi quelli che hanno fatto ingresso gratuitamente.

Siccome l’intera rassegna avrà un costo di centotrentamila euro, e che le numerose realtà locali, che da anni scrivono e mettono in scena opere teatrali, non hanno alcun aiuto pubblico, non si potrebbe operare in maniere diversa?

Se si considera che per avere il Teatro Comunale, sprovvisto di luci di scena, di impianto fonico, e di tutte quelle altre attrezzature di base che sono indispensabili per rappresentare un’opera teatrale, ha un costo medio che oscilla tra le ottocento e le mille euro a sera, non sarebbe stato più opportuno investire qualche migliaia di euro in meno in artisti famosi e consentire gratuitamente la libera espressione delle realtà locali?

Credo che senza coinvolgimento dal basso ogni forma artistica abbia la mera funzione ricreativa, di panem et circenses, e si traduca in una sterile spesa di denaro pubblico. Nessuna funzione educativa, sociale e politica nel senso prima specificato.

Marsala non è all’anno zero nella produzione, anche di buon livello, di eventi culturali. Vi sono tanti artisti e operatori culturali che diffondono –ognuno a proprio modo – eventi di vario genere: dalla poesia alla narrativa, dalla musica alla pittura.

Vi è un coraggioso teatro privato che ogni anno, senza alcuna forma pubblica di sussidio, promuove il teatro, vi sono tante compagnie teatrali, molte figlie della scuola di Michele Perriera, che scrivono e rappresentano opere teatrali di vario genere. E tutto questo variegato mondo, che parla della terra che calpesta e dell’aria che respira, poiché non si emettono parole nell’aria, e che intende realizzare una funzione sociale e politica della cultura, deve sforzarsi non soltanto di comporre, scrivere o recitare, ma anche di trovare i soldi per andare in scena nei vari luoghi pubblici – cioè di tutti .

Recuperare la funzione sociale del teatro, allora, e di ogni altra forma artistica, è un dovere primario di ogni politica che non tradisca l’etimo del termine, e per farlo occorre prima comprendere e poi realizzare qualsiasi programma che sia pane per tutti e non caviale per pochi.

Prima si capirà tutto questo e meglio sarà per l’intera collettività marsalese e la sua crescita culturale, anche in campo teatrale.

Fabio D’Anna

redazione

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