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C’è chi va e c’è chi resta

La morte di Totò Riina ha scatenato nel giro di pochi minuti commenti e valutazioni di vario genere. C’è chi gli ha dedicato insulti e maledizioni, chi ha scelto la strada della satira, chi si è interrogato sull’opportunità di perdonarlo appellandosi alla pietà umana. Sinceramente mi interessa poco questo dibattito, che al massimo può essere oggetto di confronto tra i familiari delle vittime di mafia. In uno Stato di diritto i concetti che dovrebbero stare a cuore a una comunità civile dovrebbero essere altri: rispetto delle leggi, certezza della pena, prevenzione dei reati.

La morte di Riina non è una giornata di festa: poteva esserlo, tutt’al più, quella del suo arresto, avvenuta il 15 gennaio del 1993. In quella data lo Stato dimostrò che anche il più potente e feroce dei latitanti mafiosi doveva sottostare alle leggi italiane, prevedendo poi un regime carcerario durissimo, il 41 bis, per criminali come lui. Eppure il 15 gennaio del 1993 non può essere celebrato davvero come la giornata della vittoria dello Stato contro la mafia perchè consentendo a soggetti rimasti ignoti di ripulire l’abitazione di Riina si è di fatto impedito – forse per sempre – agli italiani di conoscere la verità su tante pagine oscure della storia nazionale: sulle stragi eccellenti, i rapporti tra uomini delle istituzioni e organizzazioni criminali, le connivenze e gli affari che facevano parte dell’indicibile. Inutilmente abbiamo sperato per 25 anni che Riina parlasse. Nel frattempo abbiamo atteso altri 13 anni per la cattura di Bernardo Provenzano, mentre il “nostro” Matteo Messina Denaro continua a sfuggire ad ogni operazione antimafia e a coltivare i propri affari. E se anche il boss castelvetranese dovesse essere finalmente arrestato, per gli orfani della verità storica sulle Stragi di mafia e i tanti depistaggi che sono stati orchestrati nel tempo, cambierebbe ben poco. Lo Stato si è dimostrato interessato prevalentemente alla repressione dell’ala militare di Cosa Nostra, mentre i pochi magistrati che si sono seriamente occupati dei “mandanti esterni” sono stati osteggiati e denigrati.

Servirebbe, forse anche in questo caso, una nuova classe dirigente, priva di scheletri nell’armadio o debiti di riconoscenza verso i “grandi vecchi”. Servirebbe un un’operazione verità sul ruolo che hanno avuto i servizi segreti in Italia dal Dopoguerra ad oggi. E nel frattempo ci vorrebbe un lavoro di seria bonifica del tessuto culturale che sradichi quella malapianta che ancora seduce tanti giovani in Sicilia, in Calabria, in Campania, in Puglia o a Ostia, incuneandosi nel loro immaginario nei modi più vari (anche attraverso le pagine social dedicate ai boss, le canzoni di certi neomelodici o le varianti nostrane del gangsta rap) per intercettarne il disagio esistenziale trasformandolo in devianza. Una malapianta che attecchisce a macchia di leopardo nelle regioni del Centro Nord, non appena c’è una grande opera da realizzare o un’appetitosa gara d’appalto da aggiudicare. Ma, un po’ come succede per l’allenatore della nazionale, è più semplice e comodo canalizzare l’indignazione verso un unico obiettivo (lì Ventura, qui Riina), piuttosto che riflettere sul contesto. Vada pure all’inferno, dunque, il capo dei capi con tutti i suoi delitti e i segreti di Stato che ha custodito fino alla fine. A noi tocca concentrarci sui nostri purgatori quotidiani e, soprattutto, su chi si candida a prenderne il posto.

Vincenzo Figlioli

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