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Processo all’ex vicesindaco Pasquale Perricone: udienza rinviata a ottobre

È stata fissata al 20 ottobre 2017 la prossima udienza del procedimento giudiziario a carico di Pasquale Perricone e di altri quattro imputati, accusati di vari reati, tra cui la bancarotta fraudolenta. Le indagini delle fiamme gialle, sui lavori per la realizzazione delle opere del porto di Castellammare del Golfo, sono scaturite a seguito del fallimento della società Nettuno s.r.l., riconducibile all’esponente politico alcamese. Un ruolo determinante sembrerebbe aver giocato il centro economico più importante del Comune di Alcamo: la Banca Don Rizzo.

È stata rinviata al prossimo 20 ottobre l’udienza del processo all’ex vicesindaco di Alcamo, Pasquale Perricone, nel quale sono coimputati la compagna, Marianna Cottone, la cugina Girolama Maria Lucia Perricone (detta Mary), il dirigente del centro per l’impiego, Emanuele Asta, e Mario Giardina, accusati di associazione a delinquere, bancarotta fraudolenta, corruzione e truffa ai danni dello Stato. Il rinvio è stato necessario in quanto un teste non si è presentato per il controesame del pubblico ministero, la dottoressa Rossana Penna, la quale, insieme al collega Marco Verzera, ha guidato le indagini che nel maggio dello scorso anno hanno portato all’arresto dell’ex vicesindaco e dei suoi sodali. Al teste, il giudice Piero Grillo ha comminato un’ammenda di 300 euro, in quanto non è pervenuta alcuna giustificazione per la sua assenza al processo che si sta svolgendo nell’aula del tribunale di Trapani, intitolata al magistrato Giangiacomo Ciaccio Montalto. Dunque, il presidente del collegio, sentite le parti, ha deciso di fissare la data dell’udienza il prossimo 20 ottobre.

Le mani sulla Banca Don Rizzo

Come è stata argomentata in un precedente articolo (http://www.itacanotizie.it/processo-perricone/) l’inchiesta della magistratura trapanese sul cosiddetto comitato d’affari creato da Pasquale Perricone, è nata a seguito delle indagini espletate dal Nucleo Operativo della Guardia di finanza di Trapani e della tenenza di Alcamo sui lavori del porto di Castellammare del Golfo, scaturite dal fallimento della Nettuno s.r.l., società riconducibile all’ex vicesindaco, e terminate nella emersione del reato di bancarotta fraudolenta a carico degli imputati citati: un’operazione criminale all’interno della quale un ruolo importante sembra aver giocato la Banca Don Rizzo, il centro economico più importante del Comune di Alcamo. Infatti, presso la citata banca è stato aperto da Rosario Agnello, presidente pro tempore della società Nettuno e “testa di legno” di Perricone, il conto corrente della Cea s.r.l, la società fondata dal padre dell’ex esponente del PSI nel 1969, e di cui egli è stato presidente fino al 1996. Tale conto corrente è stato anche nelle disponibilità di Domenico Parisi, consigliere comunale ad Alcamo dal 2007 al 2012, nella lista socialisti democratici, e direttore dei lavori del porto di Castellamare del Golfo. Presso questo conto la COVECO, società capogruppo di un’ATI (associazione temporanea di imprese) che si era aggiudicata l’appalto dei citati lavori, ha versato alla sua associata, la Cea s.r.l., i 13 milioni di euro corrispondenti ai SAL (Stato avanzamento lavori), i quali dovevano essere a loro volta riversati alla Nettuno. Detti milioni, invece, sarebbero stati trattenuti da i soci della Cea s.r.l., provocando inevitabilmente il fallimento della società Nettuno. Nel corso della loro collaborazione la COVECO e la CEA si sono aggiudicate nove appalti pubblici. Dal conto aperto della Cea s.r.l. presso la Don Rizzo, tra il 2009 e il 2010, sono stati prelevati in contanti 539 mila euro e sono stati emessi numerosi assegni per cassa dell’ammontare di 255 mila euro circa. Inoltre, tra il 2008 e il 2010 sono stati emessi assegni circolari per 782 mila euro. Tali conti sono fuoriusciti senza che la Don Rizzo rientrasse nella propria posizione creditoria. Dalle indagini effettuate dagli inquirenti è anche venuto fuori che il Comune di Alcamo avrebbe favorito la società Cea, riconducibile a Perricone, nel procurargli liquidità, mediante quattro mandati di pagamento, in occasione del 1° stralcio dei lavori di Contrada Sasi, appalto aggiudicato nel 2011 al Consorzio Ravennate, capogruppo dell’ATI di cui allora la Cea faceva parte. Secondo quanto ricostruito dalla magistratura trapanese, la Banca Don Rizzo e l’amministrazione comunale di Alcamo sarebbero state un “feudo” di Pasquale Perricone e dell’ex senatore del Partito Democratico, Nino Papania. I due esponenti politici di spicco farebbero parte di quel comitato d’affari che insieme avrebbero gestito come una vera e propria “signoria”. Il collante tra i due rappresentanti politici sarebbe stato Liborio Ciacio, uomo legato a Papania nel settore professionale e vicino a Perricone per quanto concerne l’influenza esercitata nella gestione della “cosa pubblica” del Comune di Alcamo, da un lato, e dell’economia locale, mediante l’ingerenza delle nomine della presidenza del Consiglio di Amministrazione e dei membri del Collegio sindacale della Don Rizzo, dall’altro. Le intercettazioni ambientali, effettuate all’interno degli uffici in via Goldoni n°6 della Promosud s.r.l. ( ex sede della CEA), hanno portato alla luce la strategia messa in atto da Pasquale Perricone per piazzare, in occasione del rinnovo nel 2014 della carica della presidenza del CdA e del collegio sindacale della Don Rizzo, i “suoi uomini”, mediante un’operazione di delegittimazione dell’ex senatore Papania con il quale Perricone tesse un rapporto contraddittorio. Per più di vent’anni, Nino Papania è stato uno degli attori principali nella gestione del potere ad Alcamo: del potere politico, rappresentando l’amministrazione comunale mediante il sindaco Giacomo Scala prima e Sebastiano Bonventre dopo; del potere economico, attraverso i suoi referenti all’interno della Don Rizzo e, nello specifico, il direttore generale Carmelo Guido (dal 2006) e suo cognato Rosario Enzo Cottone; delle occasioni di lavoro, tramite la reggenza del settore della formazione professionale (Papania è stato assessore regionale al ramo nel 1998), e dell’assistenza sanitaria; infine, del consenso elettorale. La lotta per il potere all’interno del centro economico più importante della città avrebbe condotto Pasquale Perricone a contrappore all’ex senatore i suoi uomini di fiducia, attraverso la manipolazione di Vito Asta, in quanto componente del Cda e presidente della Commissione di vigilanza dell’istituto di credito. Vito Asta è stato anche consigliere comunale dal ’97 al 2002, candidato al posto di Perricone che in quel momento aveva abbandonato la politica e avrebbe puntato su di lui per ottenere una rappresentanza all’interno delle istituzioni. Un altro nome su cui Pasquale Perricone avrebbe mirato per influenzare la politica economica dell’istituto bancario è quello di Vincenzo De Luca, il suo ex commercialista e docente in un corso di formazione organizzato dalla Promosud s.r.l, riconducibile all’ex vicesindaco, come più volte accennato. Infine, altro suo delegato dentro la Don Rizzo sarebbe stato Maurizio Bambina, nipote di Liborio Ciacio. Tutti si sarebbero adoperati in occasione della campagna elettorale nel maggio del 2014 di Vincenzo Nuzzo, che verrà per l’appunto nominato presidente della Banca Don Rizzo. L’importanza di avere “un uomo” all’interno del CdA della banca risiede nel fatto che il comitato d’affari messo su da Perricone avrebbe potuto incidere sulle strategie aziendali dell’istituto di credito per alcuni servizi, come quello del trasporto valori e, in particolare, di un appalto di un milione di euro circa, sul quale cercavano di mettere mano sia Pasquale Perricone che Nino Papania. Il primo avrebbe bloccato Angelo Rappa, dell’associazione Anas Italia ( un ente di formazione professionale che ha inglobato un istituto di vigilanza e trasporto valori), dal prendere iniziative personali senza interpellarlo nella questione. Suggerimento che Rappa, la cui attività principale sembrerebbe, tra le altre, quella di stipulare convenzioni con enti locali per la fornitura di servizi, avrebbe accolto, in quanto, nonostante fosse un uomo vicino a Nino Papania, considerava l’ex senatore e l’ex esponente del PSI facenti parte dello stesso sistema. Angelo Rappa, infatti, avrebbe in passato intrattenuto i rapporti con Nino Papania, che incontrava spesso a Roma mediante Luca Petrucci, un commercialista, anello di congiunzione tra i due, coinvolto in un’indagine della Direzione Investigativa Antimafia sulla società AIPA. Rappa, però, è anche una vecchia conoscenza di Perricone, al quale l’ex vicesindaco, attraverso quella che sembra un’operazione di delegittimazione dell’ex senatore del PD, confidava che i suoi rapporti con Papania erano mutati a causa dell’inchiesta della DIA nella quale quest’ultimo sarebbe coinvolto per avere aiutato Ignazio Melodia “U Dutturi”, a capo del mandamento alcamese, tanto che i due oramai si incontrerebbero solo de visu e la domenica mattina. Rappa, inoltre, avrebbe aiutato Pasquale Perricone a diventare presidente zonale dell’Anas Alcamo, con sede in via G. Ferro (la stessa della IMEX Italia s.r.l. riconducibile all’ex vicesindaco). Per quanto concerne le nomine della “governance” della Banca Don Rizzo nel 2014, il retroscena è stato rivelato per bocca di Liborio Ciacio sull’auto dell’ex vicesindaco, durante un percorso di ritorno da Monreale, dove entrambi si erano recati per incontrare il parlamentare regionale Nino Dina, in relazione ad un progetto regionale denominato “Icaro” di 15 milioni di euro. Liborio Ciacio, nel corso del tragitto in auto, per prima, illustrava all’ex vicesindaco la politica economica che la Banca Don Rizzo aveva in programma di portare avanti, e nello specifico: il servizio di internet banking; la realizzazione di un sistema globale di gestione del trasporto valori; la manutenzione dei sistemi di sicurezza di tutte le filiali dell’istituto bancario. Il compagno di viaggio di Perricone, infatti, sottolineava quanto fosse importante accaparrarsi il servizio di banca online, e delle assunzioni che ne sarebbero scaturite, così come della necessità di limitare il raggio di azione del direttore generale della banca Carmelo Guido, uomo di Nino Papania, come detto su. Successivamente, Liborio Ciacio illustrava le vicissitudini che avevano condotto all’elezione del presidente del CDA, Vincenzo Nuzzo, e i “giochi sporchi” che avrebbe condotto Papania a seguito di presunti accordi con il parlamentare Giuseppe Lumia. Dopo avere ricevuto da quest’ultimo la bocciatura della candidatura di Giuseppe Mistretta, l’ex senatore del PD avrebbe proposto quella di Gregorio Bongiorno (detto Gregory), presidente di Confindustria Trapani, con l’auspicio di riavvicinarsi al collega Lumia. Tale candidatura, però, sarebbe stata ritirata qualche tempo prima della data di rinnovo delle cariche in quanto l’imprenditore Bongiorno aveva ricevuto un avviso di garanzia legato allo scandalo sullo smaltimento dei rifiuti a Marsala che aveva travolto la Sicilfert. A quel punto, la scelta per la presidenza della banca era ricaduta su Vincenzo Nuzzo, un “pupo” di Papania, come veniva definito dallo stesso Ciacio. Dunque, il piano di Pasquale Perricone sarebbe stato quello di ridimensionare il potere di Papania e delle sua longa manus (Carmelo Guido) all’interno dell’istituto bancario, cercando di raggruppare quanto più consiglieri possibili per creare dei fastidi. In particolare, l’ex vicesindaco dava disposizione al suo referente all’interno dell’istituto di credito, Vito Asta, di mettersi di traverso alle decisioni del direttore generale, anche a seguito dell’arrivo dell’ispezione della Banca d’Italia, che avrebbe influito sulle promozioni in programma, avendo l’istituto chiuso gli ultimi tre anni in perdita. Dei 130 impiegati, infatti, 30 avrebbero dovuto ricevere la promozione. Una decisione che spettava proprio al direttore Guido. Dunque, l’operazione di Perricone di contenimento del ruolo di Papania all’interno della banca, attraverso il rinnovo del Consiglio di amministrazione, alla fine sembrerebbe non essere andata in porto. Nonostante questa “guerra”, a gennaio del 2015, dopo avere ritrovato apparentemente una sintonia, i due esponenti politici nel corso di un incontro avrebbero deciso le modalità mediante cui accaparrarsi i servizi della Banca Don Rizzo, su cui Pasquale Perricone aveva precedentemente manifestato a Liborio Ciacio il bisogno di “Metterci le mani fin da subito”.

Linda Ferrara

redazione

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