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Gli eroi son tutti giovani e belli…

“Non so che viso avesse, neppure come si chiamava, con che voce parlasse, con quale voce poi cantava”… risuonava nell’auto senza condizionatore, all’inizio dei ’90, in una calda giornata estiva. Suo padre ogni tanto, sulla 500, lo faceva sedere in braccio con le mani sul manubrio. A pranzo, di ritorno dal mare, melone fresco e troppe voci intorno: i nonni, gli zii, i vicini, un caos senza smog nella afosa stagione siciliana. “… ma nella fantasia ho l’immagine sua: gli eroi son tutti giovani e belli, gli eroi son tutti giovani e belli…” continuava a cantare. – “Papà ma che significa che gli eroi sono tutti giovani e belli? Come quelli dei film?”. – “Anche. Ma gli eroi sono uomini e donne che hanno compiuto gesti importanti. Hanno salvato il proprio Paese e il prossimo a costo della loro stessa vita”. – “Come quando mi parlavi dei partigiani? Dello zio della fotografia? La nonna dice che era bello, con gli occhi azzurri…”. Gli eroi son tutti giovani e belli. Era vero! Suo padre gli aveva dato più di un esempio. Una volta videro un uomo rubare dentro un’auto e gli disse che bisognava denunciare l’accaduto ai Vigili urbani; un’altra volta ancora, videro insieme due delinquenti dai capelli rasati pestare un ragazzino. Anche quella volta suo padre fermò l’auto per metterli in fuga e chiamare la Polizia. “… ma un’altra grande forza spiegava allora le sue ali, parole che dicevano gli uomini son tutti uguali”… quella domenica correva via come “La Locomotiva” di Guccini ancora nella radio della macchina che attendeva le ultime notizie.

La Slovacchia era finalmente indipendente mentre gli ultimi acquisti del Calcio Mercato si rivelavano a dir poco inutili: il Milan del trio olandese sarebbe stato inespugnabile anche il prossimo Campionato. Sul tavolo c’era “Il Manifesto” che ogni tanto sottraeva, ma ogni volta si sentiva dire: “Posalo, devi essere libero di leggere senza imposizioni”… tanto una sbirciata la dava lo stesso. Erano quasi le 17 quando le cicale raggiunsero il loro apice coprendo gli altri rumori e anche la radio, dopo che Guccini aveva smesso di cantare. Questo ci fece aprire gli occhi. Di colpo. Sua nonna scese di fretta le scale gridando che l’uomo coi baffi sulla cinquantina che si fermava spesso al suo negozio a comprare le sigarette, quando lavorava a Marsala, era stato ammazzato. Una bomba aveva ucciso anche i ragazzi che lo accompagnavano nelle auto scortate. Nessuno aveva voglia di cenare la sera, gli occhi erano incollati al Telegiornale. – “Papà ma perché hanno ucciso il giudice Borsellino?”. – “Perché combatteva i mafiosi, che sono dei criminali che fanno del male al nostro Paese”. – “Quindi ha salvato il Paese e il prossimo? Allora è un eroe! Ma non è giovane e neanche bello”.

Suo padre ci pensò un attimo e poi disse: “E’ vero! Ma vedrai che grazie a Borsellino, tu e i tuoi coetanei crescerete giovani e belli”. 25 anni più tardi, gli studi in Psicologia gli hanno ricordato una frase di Nathaniel Branden: “Il primo passo verso il cambiamento è la consapevolezza, il secondo passo è l’accettazione, il terzo è l’azione”. Quel 19 luglio 1992 era solo il primo passo di quello che siamo oggi. Guccini si è ritirato dalle scene, il Milan è diventato cinese, il clima si è surriscaldato e Paolo Borsellino si è rivelato un “luminare della medicina”: non ha sconfitto la mafia ma ne ha trovato una cura. Preveniamo ogni giorno questo male sottocutaneo che ha sempre più tante sfaccettature…

Claudia Marchetti

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