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L’incubo del déjà-vu

Avete presente l’Italia dei primi di febbraio del 2014? Un Paese che ancora una volta faceva i conti con i problemi di governabilità legati alle sue caratteristiche storiche e ulteriormente complicati da una legge elettorale diabolica – il Porcellum – che dal 2006 paralizza lo scenario politico italiano. Un Paese la cui credibilità internazionale era giunta ai minimi termini e in cui i principali leader avevano dovuto pregare Giorgio Napolitano di posticipare di almeno un paio d’anni il suo “buen retiro”, mostrandosi incapaci di eleggere il suo successore. Un’Italia drammaticamente spaccata a metà tra le istanze di rinnovamento del Paese reale e l’ostinato tentativo di mantenere lo status quo di gran parte della classe dirigente che si era alternata alla guida dei governi della Seconda Repubblica. Molti tra loro, domenica sera, hanno salutato con soddisfazione l’esito del referendum che ha consegnato la vittoria ai sostenitori del No alla riforma costituzionale e soprattutto, dal loro punto di vista, ha costretto Matteo Renzi a lasciare la presidenza del Consiglio, colui che, secondo il forzista Renato Brunetta, costituiva “un’anomalia nella politica italiana”.

Personalmente, come ho scritto nei giorni scorsi, continuo ad essere convinto che la riforma proposta contenesse diversi elementi di utilità per il sistema politico italiano, ma anche evidenti limiti e contraddizioni. Se, dunque, non mi turba in sé la vittoria del No, mi preoccupa lo scenario che comincia a delinearsi in queste ore. Da un lato c’è chi ha bocciato la riforma in autentica buona fede, con la legittima convinzione di poter aspirare a una diversa idea di rinnovamento delle istituzioni. Dall’altro chi pensava più a proteggere se stesso che la Costituzione.

Accanto a chi, come il Movimento 5 Stelle auspica l’immediato scioglimento delle Camere e il ritorno alle urne (a ben vedere, il minore dei mali), troviamo oggi i professionisti degli “inciuci”, del “do ut des” e delle grandi coalizioni, che sperano di galleggiare un altro anno in Parlamento per cercare di prolungare il loro rapporto con il potere anche nella prossima legislatura. Difficile capire, allo stato attuale, chi prevarrà.

Con tutti i limiti che può aver avuto l’esperienza di Matteo Renzi, l’auspicio è di non rivedere al governo i volti di coloro che (da Berlusconi alla Lega, passando per buona parte del centrosinistra) sono i principali autori del degrado morale, sociale, economico e politico che ha affossato l’Italia in questi primi lustri del terzo Millennio. Un déjà-vu che, comunque la si pensi, il Paese non merita di rivivere.

Vincenzo Figlioli

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Tags: Matteo Renzireferendum 4 dicembre