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L'imprenditore Andrea Bulgarella si difende: "Mai avuto collegamenti con Messina Denaro"

In riferimento alle notizie riportate in questi giorni da giornali e televisioni, riguardanti una indagine della DDA della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Firenze, che ipotizza a suo carico dei reati finanziari con l’aggravante di aver favorito l’associazione mafiosa, l’imprenditore Andrea Bulgarella, invocando il diritto di replica e di rettifica, chiarisce quanto segue:
«Sono totalmente estraneo alle contestazioni mosse dai Pubblici ministeri, le cui ipotesi – ripeto, ipotesi – sono costruite sulla base di una indagine del ROS dei Carabinieri  che non riporta prove o elementi oggettivi di riscontro, ma dichiarazioni di mafiosi pentiti  e di collaboratori di giustizia, rilasciate a distanza di parecchi anni, costruendo così un castello accusatorio pieno di molte suggestioni, soprattutto quando si evoca – quasi a voler dare «autorevolezza» a una indagine basata sul nulla – il nome di Matteo Messina Denaro, che non ho mai conosciuto e con il quale non ho mai avuto, direttamente o indirettamente, collegamenti di alcun tipo.
Mio malgrado, vengo dipinto come il protagonista di «romanzo criminale», con fumose e indefinite ricostruzioni investigative date in pasto alla stampa, procurandomi un grave danno non solo alla mia reputazione personale, ma al gruppo imprenditoriale che dirigo e a quanti vi lavorano.
Trovo singolare, oltre che inquietante,  che un mafioso autore di numerosi efferati omicidi, poi pentitosi,  e cioè il pluriomicida Giovanni Brusca, faccia il mio nome dopo 20 anni, parlando, tra l’altro, di me non come Andrea Bulgarella ma di «un Bulgarella». Ed ancor più singolare che su questa sua accusa si ipotizzi la mia vicinanza ad ambienti mafiosi.
Come anche le pietre sanno, sono andato via dalla Sicilia proprio per sottrarmi al sistema affaristico degli appalti (che, va da sé, non è affatto diverso da quello di altre regioni d’Italia), impiegando nelle mie attività risorse lecite provenienti dalle legittime attività imprenditoriali nel settore pubblico e privato.
Senza alcun elemento di prova, ma solo per una mera ipotesi investigativa (che, purtroppo, per il pressapochismo di certa stampa, viene continuamente trasformata in una verità acclarata) mi viene contestato che i proventi delle mie attività imprenditoriali sarebbero il frutto di una vagheggiata vicinanza  ad ambienti mafiosi, ma non viene indicato un solo – dico, un solo episodio – da cui si possa desumere una simile, apodittica affermazione.
Negli atti d’indagine gli stessi carabinieri, seppur «leggendo» questi episodi con un grave pregiudizio, ricordano le circostanze in cui, quando ho operato da imprenditore in Sicilia, mi sono rifiutato di pagare chicchessia.
Non solo. Agli atti dell’indagine c’è una intercettazione, non contenuta nel decreto di perquisizione (forse perché non funzionale alle suggestioni accusatorie ?), in cui un noto capo mafia trapanese, dialogando con altri mafiosi, mi definisce «sbirro». Ci sarebbe poco da aggiungere. Ma voglio ricordare, a proposito di «sbirro», l’eloquente definizione che me ne diede un grande uomo di cinema come Damiano Damiani, cui ero legato da un rapporto di amicizia, durante un suo viaggio a Trapani, di cui era innamorato.  «Vedi Andrea, se un mafioso dà dello “sbirro” a un Carabiniere, gli fa un apprezzamento, riconosce che è un investigatore irreprensibile, che fa il suo dovere, ligio alle regole del suo lavoro; ma se il mafioso dà dello «sbirro» a qualsiasi altro soggetto che non appartenga alle forze dell’ordine o alla magistratura, ma, per esempio, a un imprenditore, in Sicilia significa inequivocabilmente una sola cosa: che è un infame, un nemico, uno di cui non ci si può fidare».
Se per la mafia trapanese Andrea Bulgarella è «uno sbirro», come si può , dunque, dipingerlo come colluso ?
Trovo, peraltro, contraddittorio che, mentre da un lato mi si accusa di «aver investito e continuare a investire in attività economiche. prevalentemente acquisti, ristrutturazioni e gestione di alberghi in Toscana, ingenti capitali accumulati grazie ai vantaggi ottenuti dai rapporti con l’associazione mafiosa trapanese», dall’altro si rileva come il  mio gruppo imprenditoriale abbia debiti per 160 milioni di euro con le banche. Come posso avere avuto la disponibilità di ingenti capitali se, di contro, sono costretto a ricorrere continuamente al finanziamento delle banche per la gestione delle mie attività imprenditoriali ?
Negli atti d’indagine i Pm fanno discendere un mio supposto collegamento con il latitante Matteo Messina Denaro dal fatto che tra le ditte fornitrici dei miei alberghi c’è la ditta di Luca Bellomo, imprenditore sposato con la nipote di Matteo Messina Denaro.  Basta questo per sostenere il mio presunto collegamento con  il latitante e affibbiarmi l’etichetta di «uomo di Matteo Messina Denaro», come ha scritto «Il Fatto Quotidiano» nell’edizione di domenica 11 ottobre ?
Proprio su questa circostanza, chiarisco, senza tema di smentita,  di non avere mai avuto contatti diretti con il Bellomo, ma solo rapporti commerciali  con la «Schonuber Franchi»  e con la «Bottega dell’Albergo» (società leader per la  fornitura degli alberghi), di cui il Bellomo aveva la rappresentanza.  Mi sono più volte recato nella sede della «Shonuber» a Bolzano, e mai negli uffici del Bellomo, non sapendo neanche dove gli stessi siano ubicati.
Nelle nostre strutture è prassi che, proprio per le forniture venga effettuata una verifica preliminare da parte di studi esterni; quest’ultimi nella loro relazione indicano cosa comprare e quali marchi.
Anche le dichiarazioni liberatorie dei pagamenti venivano rilasciate dal legale rappresentante della «Schonuber» che, del resto, emetteva anche le fatture, non da Bellomo ! Noi compravamo prodotti «Schonuber», non prodotti Bellomo !
Negli atti d’indagine, invece, si lascia intendere che i circa 500 mila euro di forniture commissionate alla «Schonuber», siano soldi andati a Bellomo. E’ documentatamente falso !
E’ la «Shonuber» di Bolzano che doveva preoccuparsi di scegliere i propri agenti, non certo gli acquirenti.  Secondo la logica degli investigatori che hanno redatto il castello accusatorio nei miei confronti, tutti quelli che hanno comprato prodotti «Schonuber»attraverso la mediazione del loro rappresentante Bellomo, sarebbero dunque in «collegamento indiretto»  con Matteo Messina Denaro?
Ed ancora: da un evidente travisamento (non voglio parlare di manipolazione) del contenuto di una intercettazione telefonica, il beneficiario di un assegno, a pagamento di una fornitura, da «Belloni» (il nome esatto), diventa, non si capisce come, «Bellomo»; e questo travisamento (dunque un falso) viene trasformato nella «prova» di un pagamento disposto a favore del nipote di Matteo Messina Denaro. Basterebbe solo questo episodio, gravissimo (perché da questo si è fantasticato su un mio collegamento con Matteo Messina Denaro) per capire di che natura sono le prospettazioni accusatorie.
Trovo tutto ciò grottesco e inquietante, perché non si possono fare pesanti illazioni investigative sulla base di elementi di fatto che dimostrano il contrario!
Come si può prendere un simile abbaglio, e addirittura ritenere questo abbaglio il presupposto del mio supposto collegamento con Matteo Messina Denaro ?
Da giorni sono stato catapultato in un tritacarne mediatico che mi dipinge come colluso con la mafia, e, peggio ancora, come «uomo di Messina Denaro».
Non ci dormo la notte: è una infamia, una inaccettabile calunnia che non sopporto e dalla quale mi difenderò con ogni mezzo e in ogni aula giudiziaria.  Di mezzo c’è la dignità, l’onore e il decoro mio e di quanti, a vario titolo, lavorano con me.
Se le cose che ipotizzano sul mio conto sono vere, che mi arrestino subito. Diversamente, proprio perché si tratta solo di ipotesi investigative che sono certo di chiarire con inoppugnabili elementi di fatto,  pretendo rispetto per quello che oggi è Andrea Bulgarella: un imprenditore pulito, dalla parte dello Stato, che non merita l’onta di accuse infondate”.  

Andrea Bulgarella

redazione

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