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Trivelle, Ambiente e Lavoro

Lavoro e ambiente sono temi che dovrebbero essere al centro delle attenzioni di qualsiasi governo, oltre che dell’opinione pubblica. Spesso però finiscono per essere utilizzati come estremità opposte di una corda che fazioni avverse cercano di tirare quanto più possibile dalla propria parte. Gli episodi a riguardo sono stati molteplici negli ultimi anni, dall’Ilva di Taranto fino al recente caso della Volkswagen. Ogni volta che si scoprono condotte poco rispettose delle norme in materia ambientale da parte di una grande azienda, ci si pone il problema delle ricadute che l’applicazione delle sanzioni avrebbe sui posti di lavoro. In soldoni: se un privato deve far fronte a una spesa imprevista (leggasi pagamento di una multa salata) è probabile che decida di fare dei tagli al personale in modo da compensare l’esborso.

Va detto: si tratta di preoccupazioni legittime, che però troppo spesso sono state utilizzate ad hoc da chi pensa più alle tasche dei proprietari che a quelle dei lavoratori, tendendo al mantenimento dello status quo. Finisce così che anche il dibattito sulle trivellazioni nel Canale di Sicilia venga in parte drogato da chi ritiene che “spirtusando” il nostro mare si possano creare nuovi posti di lavoro e ricchezza per il territorio. Dimenticando, tra le altre cose, che negli anni abbiamo consentito ai “signori del petrolio” di andare alla ricerca di idrocarburi pagando royalties ridicole (il 13% sugli utili, mentre in altri Paesi si va dal 20% all’80%). Senza contare che il Mediterraneo, come scriviamo da anni, è un bacino chiuso, in cui un incidente ambientale come quelli verificatosi nel 2010 nel Golfo del Messico (dove ancora galleggiano chiazze di petrolio) avrebbe conseguenze ben più catastrofiche. Dopo di che, sarebbe interessante capire quanti turisti perderemmo in presenza di una “marea nera”. E, conseguentemente, quante strutture ricettive e quanti stabilimenti balneari sarebbero costretti alla chiusura. Gli investimenti e i posti di lavoro creati nel settore turistico hanno forse meno valore? A tal riguardo, vale la pena ricordare che lo scorso anno l’Unione Europea ha presentato uno studio dimostrando che con le attività legate alla Green Economy nei Paesi membri si potranno creare 20 milioni di posti di lavoro entro il 2020.

Partendo da quest’ultimo dato e riflettendo sul recente dibattito scaturito dal voto dell’Ars sul referendum per lo “Sblocca Italia” ci è sembrato naturale tornare a soffermarci sull’argomento, nella convinzione che il futuro della Sicilia non dipenda dall’elemosina dei “signori del petrolio” ma dalla capacità di creare occasioni di lavoro attraverso la valorizzazione dei beni archeologici, delle riserve naturali, del patrimonio artistico. Chi la pensa diversamente, nella migliore delle ipotesi, ha una visione ferma al Novecento. Che può far parte della Storia, ma non del futuro del nostro Paese.

Vincenzo Figlioli

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