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Agromafie: maxi sequestro al patrimonio degli eredi di Ignazio Miceli

Arturo De Felice

Tre società, due terreni, cinquantatré automezzi commerciali e otto rapporti bancari.

Un patrimonio che ammonta a poco più di quindici milioni di euro è stato sequestrato dalla Direzione Investigativa Antimafia di Palermo ai due eredi di Ignazio Miceli, imprenditore marsalese pluripregiudicato, deceduto nel 2010. Una vicenda che torna ad accendere i riflettori sul tema delle agromafie, sui rapporti tra il clan dei casalesi e la mafia siciliana, ma anche sul ruolo dei fratelli Sfraga nel settore dei trasporti di generi alimentari.

Il provvedimento, emesso dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Trapani, è stato richiesto dal direttore della Dia Arturo De Felice, in virtù  del “Codice Antimafia”, che consente di sequestrare, ai fini della confisca, i patrimoni degli eredi degli indiziati mafiosi, entro cinque anni dal decesso degli stessi. Ignazio Miceli era stato arrestato nel 2003, nell’ambito della prima operazione del “progetto Peronospera”, che nel giro di due anni mise in ginocchio la mafia marsalese, facendo luce su aspetti importanti relativi ai suoi giri d’affari e alle sue connessioni con la politica e la pubblica amministrazione. Lo stesso Miceli fu condannato in primo grado a sei anni e otto mesi e successivamente assolto dalla Corte d’Appello di Palermo nel marzo del 2008. Proprio in quegli anni, da quanto emerge dalle indagini, l’azienda “A.F.M. autotrasporti”, gestita da Miceli, ma fittiziamente intestata a terzi, riuscì ad espandere la propria flotta commerciale e le proprie attività, fino ad acquisire una vera e propria leadership in provincia nel settore dei trasporti di prodotti ortofrutticoli diretti verso gli altri mercati del sud Italia.

Il resto, è cronaca degli ultimi anni, con le inchieste della DIA che hanno portato alla luce l’esistenza, di un vero e proprio cartello nel settore dei trasporti su gomma, gestito dai casalesi in collaborazione con le altre organizzazioni criminali meridionali. Ed è qui che è emerso il ruolo dei fratelli petrosileni Antonio e Massimo Sfraga, recentemente condannati a tre anni dalla Corte d’Appello di Napoli per illecita concorrenza con minacce o violenza in concorso e sottoposti ad un altro sequestro di beni da parte della DIA, per un valore pari a undici milioni di euro. Gli Sfraga, secondo l’accusa, avrebbero agito su direttiva di Gaetano Riina, fratello del boss corleonese, per anni residente a Mazara. Beneficiario principale, sul versante siciliano della provincia di Trapani, dell’accordo affaristico-mafioso tra gli esponenti camorristi dei “casalesi” ed i mafiosi trapanesi sarebbe stato, secondo la Dia, proprio Ignazio Miceli. L’A.F.M. era stata comunque recentemente chiusa, dopo essere stata posta in amministrazione controllata in seguito all’operazione che coinvolse i fratelli Sfraga. In poco tempo, infatti, l’azienda non fu più in grado di rispettare gli impegni economici presi con i creditori (fornitori di carburanti e ditte di traghetti) e si ritrovò a chiudere i battenti, con la conseguente perdita del posto di lavoro dei suoi trenta dipendenti. “Hanno sequestrato scatole vuote” ha commentato a tal riguardo l’avvocato Diego Tranchida, che fa parte del collegio difensivo dei figli di Miceli assieme ad Alessandro Casano e Luisa Calamia. Indirettamente coinvolto in questa vicenda è l’altro socio della ditta, Carmelo Gagliano, che risulta estraneo a un provvedimento di confisca che in realtà riguarderebbe solo gli eredi di Miceli. Proprio per questa ragione i suoi legali, Stefano Pellegrino e Maurizio D’Amico, hanno anticipato che intendono impugnare il decreto di confisca.

Un commento sul provvedimento del Tribunale di Trapani è arrivato anche da parte del presidente della Commissione Antimafia Europea Sonia Alfano, che lo ha definito “un altro duro colpo alle cosche mafiose in un settore strategico”.

Vincenzo Figlioli

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