Un virus da strapazzo

redazione

Un virus da strapazzo

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sabato 15 Febbraio 2020 - 06:48
Un virus da strapazzo

Ricordo che qualche anno fa, in una vecchia edizione di non so più quale romanzo o saggio, leggendo la nota biografia dell’autore, mi è capitato di imbattermi letteralmente in un “morì di strapazzi”. L’espressione fa sorridere, ovviamente, per quanto sia al tempo stesso misteriosa e inquietante, degna di un passaparola tra collegiali o di un sussidiario protonovecentesco. Non ci è dato ormai di sapere se furono strapazzi fisici, legati a una qualche morte eroica come un incidente sul lavoro o su un fronte bellico, o inconfessabili strapazzi interiori per non meglio specificate pene d’amore. Non è nemmeno escluso che il poveretto sia morto romanticamente di parto, dopo un lungo travaglio per dare alla luce la sua opera, magari proprio il libro stesso su cui è stampata la notizia di una morte così singolare. C’è stato dunque un tempo, remoto e inimmaginabile in un’epoca di diagnosi pressoché infallibili come la nostra, in cui non si sapeva esattamente di cosa si moriva.

Mi è tornata alla mente quella bizzarra espressione iniziale pensando alla preoccupante epidemia di queste settimane, e a quanto sia molto più facile il lavoro dei biografi più o meno autorizzati del nostro tempo, dal momento che oggi si rischia di morire lapalissianamente di coronavirus. Oggi una morte dopo lunga malattia, facendo tutti i dovuti e imprescindibili scongiuri, è il massimo dell’oscura perifrasi che possiamo concederci. Si muore ancora, genericamente, di arresto cardiaco, è vero. Ma spesso è soltanto un alibi per non parlare delle cattive frequentazioni patologiche del defunto. E anche i confortanti eufemismi di buona educazione stilistica, per cui al morire si preferisce ancora l’andarsene o il volare in cielo o il lasciare questo mondo, fanno parte di una retorica epigrafica e cerimoniale sempre meno consolatoria. Tanto più che da questa parte del mondo morire di strapazzi sarebbe tecnicamente impossibile, oltre che riprovevole: le politiche dell’identità si sono impadronite pure della morte. Al giorno d’oggi hai l’obbligo di essere ‘riconoscibile’ persino da morto. E temo che chi malauguratamente dovesse morire senza i documenti in regola, per cause poco note, rischierebbe di passare per un morto inclassificabile, socialmente irregolare: uno sfigato difficile da collocare persino nell’aldilà.

Tutto sommato siamo fortunati a vivere in un tempo in cui tutti i virus, appena si diffondono, passano subito dall’ufficio anagrafe per essere isolati e diventare, appunto, virus da strapazzo. Siamo una generazione piena di dubbi eppure protetta, maggiorenne e vaccinata. Certo, i progressi dell’epidemiologia hanno danneggiato il comparto dell’ispirazione letteraria: oggi Garcia Marquez probabilmente non scriverebbe mai il pur citatissimo L’amore ai tempi del coronavirus. Né tanto meno Thomas Mann manderebbe più in vacanza Gustav von Aschenbach a Venezia, ma gli farebbe prendere un aereo per una località turistica dell’estremo Oriente, facendolo invaghire mortalmente di un ragazzo cinese. Ma chi ci garantisce che dopo un’efficace terapia antivirale, alla fine, il protagonista non si salverebbe comunque, tradendo il suo nobile mandato narrativo?

Anche se, a dirla proprio tutta, non è soltanto un privilegio o una grassa consolazione conoscere perfettamente i connotati di virus e batteri responsabili della nostra morte presunta. Ogni giorno è uno stillicidio di minacciosi indizi, piccoli e grandi esorcismi, viaggi della speranza da fermi, prove di sopravvivenza miste a previsioni apocalittiche. La bulimia di informazioni misura quotidianamente il nostro vero grado di resistenza al virus. Della paura. Forse alla fine si stava meglio quando ancora si moriva semplicemente di strapazzi.

Francesco Vinci

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